BOLSA DE ESTUDO – Preparatório para proficiência em italiano

Ao longo da minha prática profissional, percebi que muitos alunos preparados, com projetos de Pós-Graduação de relevância pública, não possuíam condição financeira para arcar com os custos de um curso de italiano, um dos requisitos para o ingresso no mestrado ou doutorado.

Nos últimos anos, tenho concedido bolsas de estudo e isso sempre tem sido muito gratificante. Resolvi então oficializar esta prática e tornar públicos os critérios para a concessão de uma bolsa, a partir de fevereiro de 2020, para o curso preparatório para exames de proficiência na língua italiana.

A bolsa compreende exclusivamente as horas/aula. O curso terá duração de 5 meses – de 1 de fevereiro a 30 de junho de 2020. Serão no total 20 aulas de uma hora e meia (30 horas) ministradas via Skype em horários a serem divulgados aos candidatos aprovados para a entrevista. O valor dos materiais não está incluído.

A bolsa será concedida ao candidato que preencher os seguintes requisitos:

  1. Estar concorrendo a uma vaga em concurso público de Pós-Graduação (mestrado ou doutorado) em universidade/faculdade pública.
  1. Possuir formação, ter envolvimento ou interesse acadêmico na área de interesse da pesquisa.
  1. Propor um projeto de pesquisa que tenha relevância pública e/ou seja inovador.
  1. Não ter condições financeiras de pagar pelo curso preparatório ao exame de proficiência na língua italiana (por estar desempregado, possuir baixa renda ou apresentar qualquer outro motivo relevante à professora).

 

Passo a passo da seleção:

  1. De 02/12/2019 a 05/01/2020: divulgação e inscrições. Os candidatos devem enviar uma carta explicando os motivos que justificam o pedido da bolsa de estudo, juntamente com um breve currículo, para insieme-bolsadeestudo@uol.com.br.
  2. De 06/01/2020 a 17/01/2020: análise de CV e agendamento de entrevistas por Skype.
  3. De 20/01/2020 a 24/01/2020: entrevistas via Skype com a Prof.ª Mônica Gonçalves.
  4. Dia 30/01/2020: somente o candidato que for aprovado receberá uma mensagem por e-mail.
  5. Não haverá contestação do resultado.

Benvenuti!

 

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Lançamento livro MEDICINA DEMAIS – Marco Bobbio

Gostaria de convidá-los para o lançamento do livro MEDICINA DEMAIS!, de Marco Bobbio, que tive o imenso prazer de traduzir.

 

 

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FDUSP – Edital de seleção para a Pós-Graduação 2020

Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da Faculdade de Direito da USP para o ano de 2020.

A comprovação de proficiência em língua italiana poderá ocorrer:

a) pela aprovação em exame aplicado pela Fuvest por meio de edital específico; ou
b) pela aprovação em exame igualmente aplicado pela Fuvest, para os processos seletivos para ingresso no PPGD havidos nos anos de 2017 e 2018 (respectivamente para ingresso nos anos letivos de 2018 e 2019); ou
c) pela apresentação de um dos seguintes certificados, desde que dentro de sua data de validade; ou, não havendo data de validade, desde que obtido em prazo inferior a dois anos:
– Certificazione di Italiano come Lingua Straniera (CILS), Certificado de Conhecimento de Língua Italiana (CELI), Certificação pelo Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri PLIDA), que atestem nível B1 ou superior;

Para orientação mais detalhadas leia o edital no site da FDUSP ou acesse as informações sobre a prova da FUVEST clicando aqui: Edital_Exame_Proficiencia_Linguas_Estrangeiras_2020

Arrivederci!

Mônica Gonçalves

 

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Le città invisibili – Leonia – Italo Calvino

 

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arrestare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

Le città invisibili, Italo Calvino

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Ouro Preto – Antonio Tabucchi

Il casuale viaggiatore che eventualmente si fosse fermato a Congonhas do Campo nella tappa precedente, non avrà difficoltà a raggiungere Outro Preto, praticamente “a due passi”, considerate le distanze di questo immenso paese. Ci troviamo ancora nello Stato di Minas Gerais (alla lettera “Miniere Generali”), regione un tempo ricchissima di giacimenti d’oro, argento e diamanti che nel Settecento fece della Corona portoghese una delle più ricche di Europa. Minas Gerais è fra l’altro lo scenario del favoloso Sertão di Guimarães Rosa (Grande Sertão, Corpo di ballo, Miguilim). Lontano dai grandi centri urbani, trascurato dal potere, abbandonato a se stesso e alle sue leggi spesso crudeli, il Sertão, fino a pochi anni fa zona di latifondi e di grandi pascoli, ha una vaga rassomiglianza con il Far West americano, dove il vaccaro e il pistolero sono le figure predominanti. Il pistolero (non di rado intercambiabile con il vaccaro) qui si chiamava jagunço: figura a metà fra il brigante alla Robin Hood, il fuorilegge e il mercenario dei latifondisti. Andava vestito di cuoio, armato fino ai denti, con un cappello a mezzaluna adorno di monete e di denti di animali. Sullo schermo lo ha immortalato il grande regista Glauber Rocha nel film António das Mortes, mentre Guimarães Rosa ne ha fatto una figura categoriale, l’uomo perso fra il bene e il male nel labirinto della vita. Un labirinto che è un deserto (Sertão, etimologicamente significa “grande deserto”, “desertone”), una sconfinata pianura caratterizzata da una vegetazione avara e spinosa dove appaiono improvvise, come incongrue colonne ioniche in un mare di nulla, le altissime palme buritì con un esile ciuffo di foglie per capitello.
Ouro Preto significa “Oro Nero”. Niente a che vedere con ciò che oggi l’espressione significa per noi. Il petrolio non c’entra: il nero si riferisce agli schiavi neri che lavoravano nelle miniere d’oro, robusta e gratuita mano d’opera che i portoghesi importarono dalle loro colonie africane (Angola, Guinea e Mozambico) visto che i nativi morivano con
estrema facilità (l’indio, data l’esile, quasi femminea struttura fisica, non resisteva al pesante lavoro sottoterra). La monarchia portoghese, molto cattolica, nell’importazione fu assai confortata da una Bolla papale secondo la quale dei poveri selvaggi che adoravano i fiumi, le foreste e la volta celeste, ricevendo il battesimo dai padroni europei, potevano accedere al paradiso anche se con le catene alle caviglie, beatitudine di cui mai avrebbero goduto se restavano nelle loro foreste. E così gli schiavi furono portati in Brasile, tanti. E scavarono nelle miniere con braccia robuste. E si convertirono alla nuova fede, confidando in un dio che li salvasse dalla schiavitù e che per coincidenza ero lo stesso di coloro che li avevano fatto schiavi..
Le chiese barocche più belle di Ouro Preto, come quella di Nossa Senhora do Pilar o quella di São Francisco de Assis o di Nossa Senhora da Conceição, furono costruite da quei “minatori”. Il disegno appartiene ovviamente ad architetti portoghesi o a un grande maestro locale come l’Aleijadinho, lo scultore lebbroso di Congonhas do Campo. Ma messa in opera è di quelle anonime braccia africane (“al nero”: non c’è espressione migliore per dirlo).
Si racconta che per fare offerte al nuovo dio salvatore, dato che venivano fatti uscire nudi dalle miniere e subivano un’ispezione rettale, gli schiavi cospargessero il cuoio capelluto di polvere aurifera ben celata dai capelli crespi. A casa, le donne lavavano le teste degli uomini in un bacile, raccoglievano la polvere d’oro e la donavano alle chiese per docorarne gli altari e i soffitti. Gli sfavillanti interni delle chiese di Ouro Preto che ora state ammirando da casuali viaggitori quali siete (e quali siamo); quegli altari, gli angeli e i cori barocchi intagliati nel legno e ricoperti di una foglia di oro finissimo furono fatti in questo modo. Forse è il momento di sedere (o di inginocchiarsi, dipende dal viaggiatore) sulla panca di una di queste chiese. Pausa di riflessione.

 

Antonio Tabucchi, Viaggi e Altri Viaggi, Milano: 2010.

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San Martino del Carso – Giuseppe Ungaretti

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

 

Valloncello dell’Albero Isolato, 27 de agosto de 1916

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Il cielo è di tutti – Gianni Rodari

Il cielo di Giotto – Cappella degli Scrovegni

 

Qualcuno che la sa lunga

mi spieghi questo mistero:

il cielo è di tutti gli occhi,

di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.

È del vecchio e del bambino,

dei romantici e dei poeti,

del re e dello spazzino.

Il cielo è di tutti gli occhi,

e ogni occhio, se vuole,

si prende la Luna intera,

le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa

e non manca mai niente:

chi guarda il cielo per ultimo

non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,

in prosa o in versetti,

perché il cielo è uno solo

e la Terra è tutta a pezzetti.

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