FDUSP – Exame de Proficiência em Línguas Estrangeiras 2018/19

 

Foram publicadas as informações relativas ao exame de proficiência em línguas estrangeiras para ingresso, em nível de mestrado e doutorado, no Programa de Pós-Graduação em Direito da FDUSP.

As inscrições deverão ser feitas exclusivamente pelo site da Fuvest (www.fuvest.br), com início às 12h00 de 21 de maio de 2018 e encerramento às 12h00 de 06 de junho de 2018.

A prova de língua italiana será realizada no dia 01/07/2018 das 13:30 às 15:30, os portões serão abertos às 13:00.  O local de prova será informado pelo site http://www.fuvest.br no dia 18 de junho de 2018.

Buona fortuna a tutti!

 

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FDUSP – Edital de seleção para Pós-Graduação 2019

Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da Faculdade de Direito da USP para o ano de 2019.

A comprovação de proficiência em língua italiana poderá ocorrer:

a) pela aprovação em exame aplicado pela Fuvest por meio de edital específico; ou
b) pela aprovação em exame igualmente aplicado pela Fuvest, para os processos seletivos para ingresso no PPGD havidos nos anos de 2016 e 2017 (respectivamente para ingresso nos anos letivos de 2017 e 2018); ou
c) pela apresentação de um dos seguintes certificados: Certificazione di Italiano come Lingua Straniera (CILS), Certificado de Conhecimento de Língua Italiana (CELI), Certificação pelo Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri (PLIDA), que atestem nível B1 ou superior, desde que dentro de sua data de validade; ou, não havendo data de validade, desde que obtido em prazo inferior a dois anos

Para orientação e informações mais detalhadas, leia o edital no site da FDUSP ou acesse o site da FUVEST.

Arrivederci!

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PUC-SP – Exame de proficiência – maio/2018

Logo puc-sp

Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da PUC-SP. As provas de proficiência em língua estrangeira serão realizadas entre os dias 7 e 11 de maio de 2018.

A prova de italiano será no dia 10.05.2018 das 14:00 às 16:00. Os candidatos deverão comparecer até às 13:45 ao Campus Monte Alegre (Perdizes), no Edifício Reitor Bandeira de Mello, à Rua Ministro Godói, nº 969, Perdizes, São Paulo, S.P.

As inscrições deverão ser feitas através do site da PUC Concursos no período de 04 a 27 de abril de 2018.

Para informações e orientação mais detalhadas, entre em contato com 3670.3344 ou leia o edital clicando aqui.

Buona fortuna a tutti!

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La libertà – Dino Buzzati

         Tempo fa, al mercato, comprai un pesce rosso contenuto in un vasetto rotondo di vetro trasparente. Là dentro l’animale stava stretto, di nuotare non se ne parlava neanche. E vederlo dar di muso continuamente contro il vetro, mi faceva star male. Per quanto ripetute, le delusioni mai lo persuadevano, era evidente, dell’inutilità dei suoi sforzi per evadere.

         Impietoso, decisi di procurargli una casa meno piccola. E in giardino feci costruire una bella vasca tonda del diametro di metri tre e cinquanta, e profonda mezza gamba. Pronta che fu la vasca, la riempii di acqua fresca, e stavo per rovesciarci dentro il pesciolino quando mi venne in mente: lui attualmente si trova in acqua quasi tiepida, se lo getto all’improvviso in acqua fredda, non si prenderà una congestione? A evitare il rischio, adottai una soluzione molto semplice. Calai sul fondo, così come stava, il vaso di vetro lasciandoci dentro l’acqua e il pesciolino. Con due vantaggi: uno che la bestiola si poteva così acclimatare alla bassa temperatura della vasca; secondo, che più grande, perché inaspettata e senza scosse, sarebbe stata la sua lieta sorpresa, quando, venuto, come faceva spesso, in superficie, si fosse accorto che l’acqua non finiva lì, che la prigione non era più prigione e che tutto intorno si stendeva un grande oceano a sua disposizione.

         Così avvenne. Deposto il vaso sul fondo, per qualche tempo il pesce continuò a battere il naso contro il vetro, poi risalito, casualmente all’imboccatura della boccia, trovando ancora acqua, si affacciò timidamente, e infine, non incontrando ostacoli di sorta, si mise a scorribandare da una parte all’altra della vasca, entusiasta della inaspettata libertà.

         Questa allegria durò un paio di giorni. Tre mattine dopo, andato a vedere come stava restai di sasso vedendolo rintanato nel vaso che avevo dimenticato nella vasca. Se ne stava quieto dondolandosi a mezz’acqua, né dava più di testa, come prima, contro la parete. “Capriccio di pesce!” io pensai. “Anche gli ergastolani liberati spesso desiderano tornare, per una breve visita, al carcere dove hanno passato tanti anni di amarissima clausura”.

         Ma non fu una breve visita. Anche la sera il pesce se ne stava all’interno della boccia, e così all’indomani e così il terzo giorno successivo. Tanto che io persi la pazienza e gli parlai:

         “Caro pesce, scusa, ma mi pare che adesso tu passi il segno! Ho speso un mucchio di quattrini perché tu potessi nuotare a tuo piacere, tanto mi facevi pena sempre chiuso in quel piccolo vaso, e tu nel vaso ci ritorni, e ci passi giornate intere come se non te ne importasse niente di essere libero. Giuro che mi fai cadere le braccia!”

         Allora (siccome è una fandonia che i pesci sono muti e soltanto si nota in loro una certa difficoltà nel pronunciare la erre) allora l’animaletto mi rispose:

         “O uomo, come sei poco intelligente, e perdona la sincerità! Che strana idea della libertà tu hai! Non è l’uso della libertà che importa, anzi esso è di solito una cosa insulsa e volgarissima. Ciò che importa è la possibilità di usarne. Qui è il suo sapore più squisito. Io amo stare in questo vaso, che è così intimo e raccolto, propizio alle meditazioni solitarie. Ma so che quando voglio posso uscirne e fare lunghi viaggi nella vasca (per la quale tra parentesi ti sono estremamente grato).

         “Era un carcere questo vaso e adesso non lo è più, ecco la differenza. Non solo. Standomene qui rincantucciato, io vivo dal punto di vista materiale l’identica vita di una volta, quando ero prigioniero ed infelice. Ma proprio ciò mi permette di godere la beatitudine raggiunta. Così infatti non dimentico le pene già sofferte, traggo dal confronto una consolazione sempre nuova ed evito che l’abitudine alla vastità me ne annulli a poco a poco il gusto. Io sto nel carcere, ma la porta è aperta, e vedo fuori il mondo sterminato che mi aspetta, e tale vista mi rasserena il cuore. Se io invece, per sfruttare avidamente il bene in sorte, se io corressi a destra e a manca tutto il giorno senza fermarmi mai, a un certo punto sarei sazio. E la soddisfazione cesserebbe. E comincerei a desiderare mari sempre più grandi, vastità sempre più sconfinate, ciò che oggi non mi avviene. Insomma tornerei a essere infelice. Vedi dunque che della divina libertà nessuno sa godere più di me. E adesso, se vuoi farmi cosa grata, lasciami tranquillo nel mio buco”.

         Al che io, con la sensazione di avere fatto una pessima figura, mi ritirai balbettando vaghe scuse.

D. Buzzati, In quel preciso momento, Mondadori, Milano, 1963.

(in Contesti Italiani, di M. Piachiassi e G. Zaganelli)

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Troppa Medicina – Marco Bobbio

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É com imenso prazer que compartilho o lançamento do novo livro de Marco Bobbio – TROPPA MEDICINA – que estará nas livrarias italianas a partir do dia 14/02/2017.

Aos meus alunos e interessados convido a conhecerem o site http://www.troppamedicina.it organizado pelo autor para apresentar seu trabalho e enriquecê-lo com notícias e atualizações.

Grazie e arrivederci!

 

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Il cielo è di tutti – Gianni Rodari

Cappella degli Scrovegni

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi,
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio e del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
e ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

Gianni Rodari, Il libro degli errori, Torino, Einaudi, 1994, p. 162

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Vittorio Foa – Presentazione del libro “Se questo è un uomo”

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Primo Levi è nato a Torino nel 1919 e pure a Torino è morto nel 1987. Ha sempre lavorato come chimico in una industria torinese, ma la sua fama, ormai immensa su scala mondiale (nei soli Stati Uniti sono state finora vendute duecentomila copie dei suoi volumi) nasce coi suoi libri, con le sue tragiche narrazioni sui campi di sterminio nazisti e colle sue originali creazioni letterarie legate alla scienza. Nell’inverno 1944-45  Primo Levi è catturato dai nazisti nelle montagne della Val d”Aosta dove era andato per fare il partigiano ed è deportato nel campo di sterminio di Auschwitz da dove, uno fra pochissimi, esce alla fine della guerra.

         Il suo primo libro, Se questo è un uomo, che qui ripresentiamo, racconta Auschwitz, il limite dell’orrore, dove un apparato scientifico di repressione e di morte distrugge, dopo averli ridotti a ombre di vita, milioni di vite umane (in quel campo passarono e morirono milioni di ebrei e non solo ebrei di tutti i paesi). La scienza nazista non cercava solo di cancellare nelle vittime ogni dignità umana ma anche di sopprimerne la memoria storica e civile considerandoli “razza inferiore” da estirpare. Di qui la decisione di una “soluzione finale”, l’ossessione nazista di non avere testimonianze e quindi di uccidere tutti gli ebrei, di qui anche il rito hitleriano del rogo dei libri che esprimono una cultura ostile o diversa. Ma di qui anche il costante richiamo di Primo Levi a ricordare, a testimoniare, a rispettare col ricordo le inaudite sofferenze e anche a ricavare col ricordo una certa idea di sé e del proprio rapporto col mondo, l’indicazione di un percorso per combattere il Male assoluto, il disprezzo e l’odio verso la creatura umana.

         Per circostanze storiche che sono sopravvenute questa testimonianza di Primo Levi, nella sua trasparente verità, in quel rifiuto di qualsiasi enfasi o forzatura che ne fa la grandezza letteraria, è la più inesorabile confutazione di quella storiografia “revisionista” oggi di moda a destra che, con diversa intensità di menzogna e di travisamento dei fatti, arriva a negare la stessa realtà dello sterminio o ad attribuirne la responsabilità alle vittime.

         Il titolo del libro, Se questo è un uomo, è volutamente ambiguo: chi è l’uomo di cui parla? È il carnefice, quello che riesce a superare tutti i limiti della disumanità nel considerare e nel trattare creature umane col massimo possibile di crudeltà? Oppure è la vittima torturta ed uccisa non perché ha detto qualcosa o fatto qualcosa o pensato qualcosa, ma perché ha nelle sue vene, in tutto o in parte, del sangue ebraico, perché è in una condizione nella quale non può portare alcuna responsabilità? Oppure, nonstante tutto, è la vittima che resiste? Una donna o un uomo inermi di fronte a un armato deciso ad uccidere non hanno alcuna possibilità di opporre una resistenza materiale, fisica, ma hanno la possibilità di resistere mostrando nel limite del possibile solidarietà verso i più deboli, mantenendo la dignità umana e soprattutto lottando per sopravvivere e potere poi raccontare per sé e per i compagni che sono morti. Primo Levi è uno di questi resistenti, fra i più alti nella nostra memoria e nel nostro affetto.

         Dopo  Se questo è un uomo  Primo Levi ha scritto altri libri, tutti di grandissimo successo.  La tregua  racconta la liberazione dei deportati di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa e la loro peregrinazione per l’Europa prima di arrivare alle loro case nell’autunno del 1945. Quella estate è raccontata con gioia e ironia, sembrava quasi che il mondo volesse riconciliarsi con se stesso. Ma subito l’autunno, con le sue prime nebbie, porta la guerra fredda, la divisione del mondo, la ripresa dell’odio. Levi ha poi scritto altri libri e molte bellissime poesie. Fra gli altri  Il sistema periodico  nel quale la scienza chimica diventa protagonista di alta letteratura. E attraverso tutti i suoi scritti è sempre trasparente la figura dell’autore, semplice e chiaro, mai predicatorio anche quando tocca con calore temi così alti, esempio straordinario di quella intransigenza intessuta di moderazione che è propria de saggi.

         Fin sulla soglia della morte, con il libro  Sommersi e salvati, Primo Levi ci richiama al dovere di ricordare. Ritornano i versi che troverete nella premessa di questo libro, quelli che cominciano così: “Voi che vivete sicuri”, con quel che segue. Sorgono allora delle domande: perché dobbiamo ricordare? E cosa bisogna ricordare? Bisogna ricordare il Male nelle sua estreme efferatezze e conoscerlo bene anche quando si presenta in forme apparentemente innocue: quando si pensa che uno straniero, o un diverso da noi, è un Nemico si pongono le premesse di una catena al cui termine, scrive Levi, c’è il Lager, il campo di sterminio. Sarebbe troppo facile scaricare tutte le colpe del Male solo sugli altri, per esempio solo sui tedeschi, o su un presunto modello asiatico, e così via: i limiti li dobbiamo analizzare anche in noi stessi, nell’intolleranza. Quando vediamo (e lo vediamo così spesso!) il Male fatto dagli altri dobbiamo combatterlo a viso aperto, ma dobbiamo anche e sempre contrastare in noi ogni tentazione di intolleranza, di disprezzo, di negazione degli altri. Nessuna causa giusta può essere combattuta partendo dalla premessa della distruzione della persona umana. Primo Levi, che ha analizzato con una forza straordinaria il male dell’uomo provocato dall’uomo, ci ha lasciato questo messaggio di vita.

Tratto dal libro “Se questo è un uomo” – Primo Levi – Editrice l’Unità, Roma, 1992

 

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