BOLSA DE ESTUDO – Preparatório para Proficiência em Italiano

 

Em dezembro de 2019, tornei pública a prática de concessão de bolsas de estudo. Na época, pensei que o momento pedia uma atitude ao alcance de pessoas que queriam ingressar na Pós-Graduação e não tinham condições financeiras.

Com o advento da pandemia da Covid-19, toda crise ficou ainda mais aguda. Com a publicação do edital da Faculdade de Direito da USP para 2021, resolvi oferecer mais uma bolsa de estudo para o Curso Preparatório para Proficiência em Italiano.

A bolsa compreende exclusivamente as horas/aula. O curso terá duração até a data da prova da FDUSP, dia 12/07/2020, tendo previsão de início na semana do dia 18/05/2020. Serão no total 16 aulas de uma hora e meia (24 horas) ministradas via Skype em horários a serem divulgados somente aos candidatos aprovados para a entrevista. O valor dos materiais não está incluído.

O calendário poderá variar de acordo com o cronograma da FDUSP e eventual adiamento da prova de proficiência aplicada pela FUVEST.

A bolsa será concedida ao candidato que preencher os seguintes requisitos:

  1. Estar concorrendo a uma vaga do concurso de Pós-Graduação (mestrado ou doutorado) da Faculdade de Direito da USP.
  2. Possuir formação, ter envolvimento ou interesse acadêmico na área de interesse da pesquisa.
  3. Propor um projeto de pesquisa que tenha relevância pública e/ou seja inovador.
  4. Não ter condições financeiras de pagar pelo curso preparatório ao exame de proficiência na língua italiana (por estar desempregado, possuir baixa renda ou apresentar qualquer outro motivo relevante à professora).

Passo a passo da seleção:

  1. De 06/05/2020 a 13/05/2020: divulgação e inscrições. Os candidatos devem enviar uma carta explicando os motivos que justificam o pedido da bolsa de estudo, juntamente com o link do currículo Lattes para insieme-bolsadeestudo@uol.com.br.
  2. De 14/05/2020 e 15/05/2020: análise de CV e agendamento de entrevistas por Skype.
  3. Dia 16/05/2020: entrevistas via Skype com a Prof.ª Mônica Gonçalves.
  4. Dia 17/05/2020: somente o candidato que for aprovado receberá uma mensagem por e-mail.
  5. Não haverá contestação do resultado.

Benvenuti!

 

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FDUSP – Edital de seleção para a Pós-Graduação 2021

Hoje, dia 29/04/2020, foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da Faculdade de Direito da USP para o ano de 2021.

Todas as provas de proficiência em línguas estrangeiras serão aplicadas
no dia 12/07/2020 (domingo).

Para maiores informações visite o site da FDUSP

Arrivederci

Mônica

 

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Venezia – Jhumpa Lahiri

In questa città inquietante, quasi onirica, scopro un nuovo modo per capire il mio rapporto con l’italiano. Questa topografia frammentata, disorientante, mi dà un’altra chiave.

Si tratta del dialogo tra i ponti e i canali. Un dialogo tra l’acqua e la terraferma. Un dialogo che esprime uno stato sia di separazione sia di connessione.

A Venezia non posso muovermi senza attraversare innumerevoli ponti pedonali. All’inizio dover attraversare un ponte quasi ogni due minuti mi affatica. Mi senza un percorso atipico, leggermente difficile. In poco tempo, però, mi abituo. Pian piano questo percorso diventa abituale, seducente. Salgo, attraverso un canale, poi scendo dall’altra parte. Camminare per Venezia vuol dire ripetere quest’azione un numero incalcolabile di volte. In mezzo a ogni ponte mi trovo sospesa, né di qua né di là. Scrivere in un’altra lingua somiglia a un percorso del genere.

La mia scrittura in italiano, così come un ponte, è qualcosa di costruito, di fragile. Potrebbe in qualsiasi momento sprofondare, lasciandomi in pericolo. L’inglese scorre sotto i piedi. Me ne sono accorta: è una presenza innegabile, anche se provo a evitarlo. Rimane come l’acqua a Venezia, l’elemento più forte, più naturale, l’elemento che minaccia sempre di inghiottirmi. Paradossalmente, potrei sopravvivere senza problemi in inglese, non annegherei. Eppure, non volendo nessun contatto con l’acqua, faccio i ponti.

A Venezia mi accorgo di uno stato d’inversione di quasi tutti gli elementi. Mi è difficile distinguere tra ciò che sembra un’illusione, un’apparizione. Tutto mi appare instabile, mutevole. Le strade non sono solide. Le case sembrano galleggiare. La nebbia può rendere invisibile l’architettura. L’acqua alta può allagare una piazza. I canali rispecchiano una versione inesistente della città.

Lo smarrimento che avverto a Venezia è simile a quello che mi prende quando scrivo in italiano. Nonostante la pianta dei sestieri, mi perdo. Il labirinto veneziano trascende la propria grammatica. Camminare a Venezia, così come scrivere in italiano, è un’esperienza spiazzante. Devo arrendermi. Mentre scrivo affronto tantissimi vicoli ciechi, tanti angoli angusti da cui devo districarmi. Devo abbandonare certe strade. Devo correggermi continuamente. Ci sono momenti in italiano, così come a Venezia, in cui mi sento soffocata, sconvolta. Poi giro e, quando meno me lo aspetto, mi ritrovo in un luogo sperduto, silenzioso, splendente.

Con gli anni Venezia ha un impatto sempre più sconcertante su di me. La bellezza travolgente mi trafigge, sono sopraffatta dalla fragilità della vita. Passare ripetutamente sui ponti mi fa pensare a quel passaggio che facciamo tutti noi sulla terra, tra la nascita e la morte. Talvolta, attraversando certi ponti, temo di aver già raggiunto l’aldilà.

Quando scrivo in italiano, nonostante il mio amore per la lingua, sento la stessa inquietudine. Questo passo che sto facendo sembra un salto nel vuoto, un’inversione di me stessa. Così come i riflessi dei palazzi che oscillano sulla superficie del Canal Grande, la mia scrittura in italiano sembra qualcosa di impalpabile. Vaporosa, come la nebbia. Temo che il ponte tra me e l’italiano, alla fine, non esista. Che resterà, nella migliore delle ipotesi, una chimera.

Tuttavia, sia a Venezia sia sulla pagina, i ponti sono l’unico modo per muovermi in una nuova dimensione, per superare l’inglese, per arrivare altrove. Ogni frase che scrivo in italiano è un piccolo ponte da costruire, poi da attraversare. Lo faccio con titubanza mista a un impulso persistente, inspiegabile. Ogni frase, come ogni ponte, mi porta da un luogo a un altro. è un percorso atipico, seducente. Un nuovo ritmo. Adesso mi sono quasi abituata.

 

Jhumpa Lahiri, In altre parole, Guanda Editore, Milano, 2015, pag. 77-80

 

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FDUSP – Seleção para a Pós-Graduação 2021

A Comissão de Pós-Graduação da Faculdade de Direito da
Universidade de São Paulo tornou públicas as principais datas para os interessados em se
inscrever no processo seletivo para ingresso no PPGD da FDUSP no ano de 2021:

• 20 de abril de 2020: publicação do Edital (a partir desse ano, haverá um
único edital)

• 21 de junho de 2020: provas de proficiência em línguas estrangeiras da
FUVEST (a partir desse ano, não serão aceitos certificados externos)

• 26 de julho de 2020: prova de conhecimentos jurídicos (a partir desse ano
haverá uma prova para candidatos ao mestrado e outra para candidatos ao
doutorado, dispensados os que sejam mestres em Direito por um PPGD que
tenha obtido avaliação 6 da CAPES nos dois últimos ciclos de avaliação – 2013
e 2017)

 

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Per i bimbi d’oggi il pollo ha sei cosce – Andrea Camilleri

 

Qualche decina d’anni addietro al nipotino d’un mio amico assegnarono un tema da svolgere a casa che pressappoco sonava così: “Parlate del vostro gatto”. E come fare? Al picciriddo avevano sempre proibito, a malgrado di suppliche e pianti, di tenere animali domestici (e nella stessa classificazione dovevano rientrare magari i compagnucci di scuola, dato che non lo mandavano mai fora di casa). Munito di carta e penna, guardato a vista dalla madre affacciata al balcone, il bambino scese in strada e si appuntò le fattezze di un gatto randagio che transitava. Ne venne fora un tema nel quale si contava come equamente il suo gatto avesse tre zampe, un orecchio, la coda rosicchiata e la rogna diffusa. Queste cose aveva visto e queste aveva raccontate.

In famiglia quel compito fu a lungo motivo di grosse risate. «Bei tempi!» mi viene da esclamare ora. Perché quel bambino aveva in fondo fatto un ritratto “dal vero” come si diceva una volta, vale a dire rapportato alla natura, ancora legato alla realtà. Ma sempre più appare evidente come, giorno presso giorno, si faccia non drammatico ma addirittura tragico il divario tra la vita quotidiana in città e la natura. C’è un esempio di queste ore che mi appare terrificante. Un’agenzia specializzata ha fatto un’inchiesta tra bambini romani per conoscere se sapevano come era fatto un pollo. Ebbene i bambini, compresi mi pare in un arco che andava dai 3 agli 8 anni, hanno risposto a maggioranza che il pollo non esiste allo stato naturale ma viene prodotto in fabbriche apposite, vale a dire che è artificiale. Tanto artificiale che in commercio la fabbrica ne immette di due tipi: pollo crudo (per gli sfiziosi che se lo vogliono magari fare alla cacciatora) e pollo arrosto.

C’è molta incertezza tra i bambini sul numero delle cosce che ogni pollo possiede, c’è chi dice che ne abbiano sei e chi giura e spergiura che ne possiedano otto. Ad ogni modo c’è stato uno solo che ha affermato che il pollo di cosce ne ha due, ma è stato subissato da tagliate e parole di scherno. L’incertezza ha poi regnato sovrana sul numero delle ali: comunque i bambini sono arrivati alla comune conclusione che in un pollo il numero delle ali è sempre inferiore di gran lunga a quello delle cosce, tant’è vero che a tavola si portano più cosce che ali. La tragedia (permettetemi di chiamarla così senza ombra di ironia) aveva principiato però a mostrare la sua faccia qualche anno passato, quando dei bambini, sempre di città, avevano compreso, in un elenco di pesci, magari il “pesce-bastoncino”. Scrivo queste righe e credetemi sudo freddo perché, vedete, questo è un abisso senza fondo. Vogliamo fare una scommessa? Sono pronto a fornire già da ora la risposta dei picciriddi se l’inchiesta venisse rifatta non dico tanto ma tra una decina d’anni: “Il pesce è un animale virtuale che naviga nelle acque virtuali dell’Internet. Per stanarlo dal suo sito la formula è: wwwzypescewzyx”. Provo spavento: l’idea che un bambino possa pensare che un essere vivente venga fabbricato da un macchinario rappresenta ai miei occhi la corruzione, la distorsione peggiore che si possa commettere nei riguardi del cervello di un bambino. Perché tra l’altro, così facendo, lentamente ma sicuramente l’abituiamo al peggio. Quale peggio? Tra vent’anni, quando un altro nonno (non io, che intanto mi sarò felicemente chiamato fuori) domanderà al nipotino il nome dei suoi compagni di classe si sentirà rispondere: “Antonio, Antonio, Antonio, Antonio…”… “Ma come, si chiamano tutti uguali?” e il nipotino, meravigliato dalla domanda: “Ma sono cloni, nonno!”.

 

Andrea Camilleri, Racconti quotidiani, Mondadori, Segrate, 2008

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I sette messaggeri – Dino Buzzati

 

Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare.

Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino. Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei.

Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all’estrema frontiera.

Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine. Mi misi in viaggio che avevo già più di trent’anni, troppo tardi forse. Gli amici, i familiari, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire.

Sebbene spensierato – ben più di quanto sia ora! – mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri.

Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un’esagerazione. Con l’andar del tempo mi accorsi al contrario che erano ridicolmente pochi; e sì che nessuno di essi è mai caduto malato, né è incappato nei briganti, né ha sfiancato le cavalcatura. Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare.

Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente progressive: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio.

Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessandro, fin dalla sera del secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso già un’ottantina di leghe. La sera dopo, per assicurarmi la continuità delle comunicazioni, inviai il secondo, poi il terzo, poi il quarto, consecutivamente, fino all’ottava sera di viaggio, in cui partì Gregorio. Il primo non era ancora tornato.

Ci raggiunse la decima sera, mentre stavamo disponendo il campo per la notte, in una valle disabitata. Seppi da Alessandro che la sua rapidità era stata inferiore al previsto; avevo pensato che, procedendo isolato, in sella a un ottimo destriero, egli potesse percorrere, nel medesimo tempo, una distanza due volte la nostra; invece aveva potuto solamente una volta e mezza; in una giornata, mentre noi avanzavamo di quaranta leghe, lui ne divorava sessanta, ma non più.

Così fu degli altri. Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesimo solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe ripresi.

Allontanandoci sempre più dalla capitale, l’itinerario dei messi si faceva ogni volta più lungo. Dopo cinquanta giorni di cammino, l’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di venticinque; la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca, intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia.

Trascorsi che furono sei mesi – già avevamo varcato i monti Fasani – l’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi. Essi mi recavano oramai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all’addiaccio da chi me le portava.

Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l’aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, l’aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero.

Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggianti che si facevano sulle loro labbra. Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire. Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino, il messo partiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate.

Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all’alba.

Ripartirà per l’ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima. Così non lo potrò mai più rivedere.

Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frattempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera, il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto.

Eppure va, Domenico, e non dirmi che sono crudele! Porta il mio ultimo saluto alla città dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mio. I più recenti messaggi mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate, che mio padre è morto, che la Corona è passata a mio fratello maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra là dove prima erano le querce sotto cui andavo solitamente a giocare. Ma è per sempre la mia vecchia patria. Tu sei l’ultimo legame con loro, Domenico. Il quinto messaggero, Ettore, che mi raggiungerà, Dio volendo, fra un anno e otto mesi, non potrà ripartire perché non farebbe più in tempo a tornare. Dopo di te il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini. Ma quanto più procedo, più vado convincendomi che non esiste frontiera.

Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro.

Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende.

Un’ansia incosueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l’impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo.

Vado notando – e non l’ho confidato finora a nessuno – vado notando come di giorno in giorno, man mano che avanzo verso l’improbabile mèta, nel cielo irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attaversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l’aria rechi presagi che non so dire.

Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne inesplorate che le ombre della notte stanno occultando. Ancora una volta io leverò il campo, mentre Domenico scomparirà all’orizzonte dalla parte opposta, per recare alla città lontanissima l’inutile mio messaggio.

 

Dino Buzzati, La boutique del mistero, Milano: Mondadori, 1992, pp. 3-7

 

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L’impossibilità – Jhumpa Lahiri

Villa Adriana Sotterranea

 

In un numero di “Nuovi Argomenti”, leggendo un’intervista con il romanziere Carlos Fuentes, trovo questo: “È estremamente utile sapere che non si potrà mai raggiungere certe vette”.

Fuentes si riferisce a certi capolavori letterari – opere geniali come Don Chisciotte, per esempio – che restano intoccabili. Credo che queste vette abbiano un doppio ruolo, considerevole, per gli scrittori: ci fanno puntare alla perfezione e ci ricordano la nostra mediocrità.

Come scrittrice, in qualsiasi lingua, devo tenere conto della presenza di grandissimi autori. Devo accettare la natura del mio contributo rispetto al loro. Pur sapendo che non riuscirò mai a scrivere come Cervantes, come Dante, come Shakespeare, scrivo comunque. Devo gestire l’ansia che queste vette possono suscitare. Altrimenti, non oserei scrivere.

Ora che scrivo in italiano, l’osservazione di Fuentes mi sembra ancora più pertinente. Devo accettare l’impossibilità di raggiungere la vetta che mi ispira, ma allo stesso tempo mi porta via spazio. Ora la vetta non è l’opera di un altro scrittore più brillante di me, ma invece il cuore della lingua in sé. Pur sapendo che non riuscirò a trovarmi sicuramente dentro questo cuore, cerco, attraverso lo scrivere, di raggiungerlo.

Mi chiedo se sto andando controcorrente. Vivo in un’epoca in cui quasi tutto sembra possibile, in cui nessuno vuole accettare alcun limite. Possiamo inviare un messaggio in un istante, possiamo andare da un capo all’altro del mondo in una giornata. Possiamo vedere chiaramente una persona che non sta accanto a noi. Ecco perché si può dire tranquillamente che il mondo è più piccolo rispetto al passato. Siamo sempre connessi, raggiungibili. La tecnologia rifiuta la lontananza, oggi più che mai.

Eppure, questo mio progetto in italiano mi rende acutamente consapevole delle distanze immani tra le lingue. Una lingua straniera può significare una separazione totale. Può rappresentare, ancora oggi, la ferocia della nostra ignoranza. Per scrivere in una nuova lingua, per penetrarne il cuore, nessuna tecnologia aiuta. Non si può accelerare il processo, non si può abbreviarlo. L’andamento è lento, zoppicante, senza scorciatoie. Più capisco la lingua, più si ingarbuglia. Più mi avvicino, più si allontana. Ancora oggi il distacco tra me e l’italiano rimane insuperabile. Ho impiegato quasi la metà della mia vita per fare appena due passi. Per arrivare solo qui.

In questo senso la metafora del piccolo lago che volevo attraversare, con cui ho cominciato questa serie di riflessioni, è sbagliata. Perché in realtà una lingua non è un laghetto ma un oceano. Un elemento tremendo e misterioso, una forza della natura davanti alla quale mi devo inchinare.

In italiano mi manca una prospettiva completa. Mi manca la distanza che mi aiuterebbe. Ho solo la distanza che mi ostacola.

Non è possibile vedere il paesaggio per intero. Conto su certe vie, certi modi per passare. Qualche percorso di cui ormai mi fido, da cui probabilmente dipendo troppo. Riconosco certe parole, certe costruzioni, come se fossero alberi familiari durante una passeggiata quotidiana. Ma scrivo, alla fine, dentro una trincea.

Scrivo ai margini, così come vivo da sempre ai margini dei Paesi, delle culture. Una zona periferica in cui non è possibile che io mi senta radicata, ma dove ormai mi trovo a mio agio. L’unica zona a cui credo, in qualche modo, di appartenere.

Posso costeggiare l’italiano, ma mi sfugge l’entroterra della lingua. Non vedo le vie segrete, gli strati celati. I livelli nascosti. La parte sotterranea.

A villa Adriana, a Tivoli, c’è una rete viaria gigantesca, un sistema impressionante e imponente, tutto sottoterra. Questo complesso di passaggi è stato scavato per trasportare merci, servitori, schiavi. Per separare l’imperatore dal popolo. Per nascondere la vita vera e chiassosa della villa, così come la pelle nasconde tutte le funzioni, brutte ma essenziali del corpo.

A Tivoli capisco la natura del mio progetto in italiano. Come i visitatori di oggi alla villa, come Adriano quasi due millenni fa, cammino sulla superficie, la parte accessibile. Ma so, da scrittrice, che una lingua esiste nelle ossa, nel midollo. Che la vera vita della lingua, la sostanza, è lì.

Torniamo a Fuentes: sono d’accordo, credo che una consapevolezza dell’impossibilità sia centrale all’impulso creativo. Davanti a tutto ciò che mi sembra irraggiungibile, mi meraviglio. Senza un sentimento di meraviglia verso le cose, senza lo stupore, non si può creare nulla.

Se tutto fosse possibile, quale sarebbe il senso, il bello della vita?

Se fosse possibile colmare la distanza tra me e l’italiano, smetterei di scrivere in questa lingua.

 

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BOLSA DE ESTUDO – Preparatório para proficiência em italiano

Ao longo da minha prática profissional, percebi que muitos alunos preparados, com projetos de Pós-Graduação de relevância pública, não possuíam condição financeira para arcar com os custos de um curso de italiano, um dos requisitos para o ingresso no mestrado ou doutorado.

Nos últimos anos, tenho concedido bolsas de estudo e isso sempre tem sido muito gratificante. Resolvi então oficializar esta prática e tornar públicos os critérios para a concessão de uma bolsa, a partir de fevereiro de 2020, para o curso preparatório para exames de proficiência na língua italiana.

A bolsa compreende exclusivamente as horas/aula. O curso terá duração de 5 meses – de 1 de fevereiro a 30 de junho de 2020. Serão no total 20 aulas de uma hora e meia (30 horas) ministradas via Skype em horários a serem divulgados aos candidatos aprovados para a entrevista. O valor dos materiais não está incluído.

A bolsa será concedida ao candidato que preencher os seguintes requisitos:

  1. Estar concorrendo a uma vaga em concurso público de Pós-Graduação (mestrado ou doutorado) em universidade/faculdade pública.
  1. Possuir formação, ter envolvimento ou interesse acadêmico na área de interesse da pesquisa.
  1. Propor um projeto de pesquisa que tenha relevância pública e/ou seja inovador.
  1. Não ter condições financeiras de pagar pelo curso preparatório ao exame de proficiência na língua italiana (por estar desempregado, possuir baixa renda ou apresentar qualquer outro motivo relevante à professora).

 

Passo a passo da seleção:

  1. De 02/12/2019 a 05/01/2020: divulgação e inscrições. Os candidatos devem enviar uma carta explicando os motivos que justificam o pedido da bolsa de estudo, juntamente com um breve currículo, para insieme-bolsadeestudo@uol.com.br.
  2. De 06/01/2020 a 17/01/2020: análise de CV e agendamento de entrevistas por Skype.
  3. De 20/01/2020 a 24/01/2020: entrevistas via Skype com a Prof.ª Mônica Gonçalves.
  4. Dia 30/01/2020: somente o candidato que for aprovado receberá uma mensagem por e-mail.
  5. Não haverá contestação do resultado.

Benvenuti!

 

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Lançamento livro MEDICINA DEMAIS – Marco Bobbio

Gostaria de convidá-los para o lançamento do livro MEDICINA DEMAIS!, de Marco Bobbio, que tive o imenso prazer de traduzir.

 

 

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FDUSP – Edital de seleção para a Pós-Graduação 2020

Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da Faculdade de Direito da USP para o ano de 2020.

A comprovação de proficiência em língua italiana poderá ocorrer:

a) pela aprovação em exame aplicado pela Fuvest por meio de edital específico; ou
b) pela aprovação em exame igualmente aplicado pela Fuvest, para os processos seletivos para ingresso no PPGD havidos nos anos de 2017 e 2018 (respectivamente para ingresso nos anos letivos de 2018 e 2019); ou
c) pela apresentação de um dos seguintes certificados, desde que dentro de sua data de validade; ou, não havendo data de validade, desde que obtido em prazo inferior a dois anos:
– Certificazione di Italiano come Lingua Straniera (CILS), Certificado de Conhecimento de Língua Italiana (CELI), Certificação pelo Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri PLIDA), que atestem nível B1 ou superior;

Para orientação mais detalhadas leia o edital no site da FDUSP ou acesse as informações sobre a prova da FUVEST clicando aqui: Edital_Exame_Proficiencia_Linguas_Estrangeiras_2020

Arrivederci!

Mônica Gonçalves

 

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Le città invisibili – Leonia – Italo Calvino

 

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arrestare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

Le città invisibili, Italo Calvino

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Ouro Preto – Antonio Tabucchi

Il casuale viaggiatore che eventualmente si fosse fermato a Congonhas do Campo nella tappa precedente, non avrà difficoltà a raggiungere Outro Preto, praticamente “a due passi”, considerate le distanze di questo immenso paese. Ci troviamo ancora nello Stato di Minas Gerais (alla lettera “Miniere Generali”), regione un tempo ricchissima di giacimenti d’oro, argento e diamanti che nel Settecento fece della Corona portoghese una delle più ricche di Europa. Minas Gerais è fra l’altro lo scenario del favoloso Sertão di Guimarães Rosa (Grande Sertão, Corpo di ballo, Miguilim). Lontano dai grandi centri urbani, trascurato dal potere, abbandonato a se stesso e alle sue leggi spesso crudeli, il Sertão, fino a pochi anni fa zona di latifondi e di grandi pascoli, ha una vaga rassomiglianza con il Far West americano, dove il vaccaro e il pistolero sono le figure predominanti. Il pistolero (non di rado intercambiabile con il vaccaro) qui si chiamava jagunço: figura a metà fra il brigante alla Robin Hood, il fuorilegge e il mercenario dei latifondisti. Andava vestito di cuoio, armato fino ai denti, con un cappello a mezzaluna adorno di monete e di denti di animali. Sullo schermo lo ha immortalato il grande regista Glauber Rocha nel film António das Mortes, mentre Guimarães Rosa ne ha fatto una figura categoriale, l’uomo perso fra il bene e il male nel labirinto della vita. Un labirinto che è un deserto (Sertão, etimologicamente significa “grande deserto”, “desertone”), una sconfinata pianura caratterizzata da una vegetazione avara e spinosa dove appaiono improvvise, come incongrue colonne ioniche in un mare di nulla, le altissime palme buritì con un esile ciuffo di foglie per capitello.
Ouro Preto significa “Oro Nero”. Niente a che vedere con ciò che oggi l’espressione significa per noi. Il petrolio non c’entra: il nero si riferisce agli schiavi neri che lavoravano nelle miniere d’oro, robusta e gratuita mano d’opera che i portoghesi importarono dalle loro colonie africane (Angola, Guinea e Mozambico) visto che i nativi morivano con
estrema facilità (l’indio, data l’esile, quasi femminea struttura fisica, non resisteva al pesante lavoro sottoterra). La monarchia portoghese, molto cattolica, nell’importazione fu assai confortata da una Bolla papale secondo la quale dei poveri selvaggi che adoravano i fiumi, le foreste e la volta celeste, ricevendo il battesimo dai padroni europei, potevano accedere al paradiso anche se con le catene alle caviglie, beatitudine di cui mai avrebbero goduto se restavano nelle loro foreste. E così gli schiavi furono portati in Brasile, tanti. E scavarono nelle miniere con braccia robuste. E si convertirono alla nuova fede, confidando in un dio che li salvasse dalla schiavitù e che per coincidenza ero lo stesso di coloro che li avevano fatto schiavi..
Le chiese barocche più belle di Ouro Preto, come quella di Nossa Senhora do Pilar o quella di São Francisco de Assis o di Nossa Senhora da Conceição, furono costruite da quei “minatori”. Il disegno appartiene ovviamente ad architetti portoghesi o a un grande maestro locale come l’Aleijadinho, lo scultore lebbroso di Congonhas do Campo. Ma messa in opera è di quelle anonime braccia africane (“al nero”: non c’è espressione migliore per dirlo).
Si racconta che per fare offerte al nuovo dio salvatore, dato che venivano fatti uscire nudi dalle miniere e subivano un’ispezione rettale, gli schiavi cospargessero il cuoio capelluto di polvere aurifera ben celata dai capelli crespi. A casa, le donne lavavano le teste degli uomini in un bacile, raccoglievano la polvere d’oro e la donavano alle chiese per docorarne gli altari e i soffitti. Gli sfavillanti interni delle chiese di Ouro Preto che ora state ammirando da casuali viaggitori quali siete (e quali siamo); quegli altari, gli angeli e i cori barocchi intagliati nel legno e ricoperti di una foglia di oro finissimo furono fatti in questo modo. Forse è il momento di sedere (o di inginocchiarsi, dipende dal viaggiatore) sulla panca di una di queste chiese. Pausa di riflessione.

 

Antonio Tabucchi, Viaggi e Altri Viaggi, Milano: 2010.

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San Martino del Carso – Giuseppe Ungaretti

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

 

Valloncello dell’Albero Isolato, 27 de agosto de 1916

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Il cielo è di tutti – Gianni Rodari

Il cielo di Giotto – Cappella degli Scrovegni

 

Qualcuno che la sa lunga

mi spieghi questo mistero:

il cielo è di tutti gli occhi,

di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.

È del vecchio e del bambino,

dei romantici e dei poeti,

del re e dello spazzino.

Il cielo è di tutti gli occhi,

e ogni occhio, se vuole,

si prende la Luna intera,

le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa

e non manca mai niente:

chi guarda il cielo per ultimo

non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,

in prosa o in versetti,

perché il cielo è uno solo

e la Terra è tutta a pezzetti.

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“Bella Ciao” e os novos ritmos

Tenho ouvido com frequência algumas versões da canção “Bella Ciao“, hino oficial da Resistência italiana. Um movimento de luta popular, política e militar que ocorreu durante a Segunda Guerra Mundial em várias áreas ocupadas pelos exércitos alemão e italiano.

A canção tornou-se símbolo da liberdade contra o opressor e já foi cantada pelos mexicanos na Califórnia, pelos curdos e turcos, pelos ucranianos anti-Putin e, mais recentemente, durante as manifestações de solidariedade ao jornal satírico Charlie Hebdo.

Gosto da batida, dos novos ritmos, das crianças e adolescentes cantando. Só gostaria que conhecessem a história que o hino carrega, por isso decidi compartilhar.

Quem quiser ler mais a respeito, segue a dica.

Bella ciao, ciao, ciao…

 

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FDUSP – Exame de Proficiência em Línguas Estrangeiras 2018/19

 

Foram publicadas as informações relativas ao exame de proficiência em línguas estrangeiras para ingresso, em nível de mestrado e doutorado, no Programa de Pós-Graduação em Direito da FDUSP.

As inscrições deverão ser feitas exclusivamente pelo site da Fuvest (www.fuvest.br), com início às 12h00 de 21 de maio de 2018 e encerramento às 12h00 de 06 de junho de 2018.

A prova de língua italiana será realizada no dia 01/07/2018 das 13:30 às 15:30, os portões serão abertos às 13:00.  O local de prova será informado pelo site http://www.fuvest.br no dia 18 de junho de 2018.

Buona fortuna a tutti!

 

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FDUSP – Edital de seleção para Pós-Graduação 2019

Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da Faculdade de Direito da USP para o ano de 2019.

A comprovação de proficiência em língua italiana poderá ocorrer:

a) pela aprovação em exame aplicado pela Fuvest por meio de edital específico; ou
b) pela aprovação em exame igualmente aplicado pela Fuvest, para os processos seletivos para ingresso no PPGD havidos nos anos de 2016 e 2017 (respectivamente para ingresso nos anos letivos de 2017 e 2018); ou
c) pela apresentação de um dos seguintes certificados: Certificazione di Italiano come Lingua Straniera (CILS), Certificado de Conhecimento de Língua Italiana (CELI), Certificação pelo Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri (PLIDA), que atestem nível B1 ou superior, desde que dentro de sua data de validade; ou, não havendo data de validade, desde que obtido em prazo inferior a dois anos

Para orientação e informações mais detalhadas, leia o edital no site da FDUSP ou acesse o site da FUVEST.

Arrivederci!

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PUC-SP – Exame de proficiência – maio/2018

Logo puc-sp

Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da PUC-SP. As provas de proficiência em língua estrangeira serão realizadas entre os dias 7 e 11 de maio de 2018.

A prova de italiano será no dia 10.05.2018 das 14:00 às 16:00. Os candidatos deverão comparecer até às 13:45 ao Campus Monte Alegre (Perdizes), no Edifício Reitor Bandeira de Mello, à Rua Ministro Godói, nº 969, Perdizes, São Paulo, S.P.

As inscrições deverão ser feitas através do site da PUC Concursos no período de 04 a 27 de abril de 2018.

Para informações e orientação mais detalhadas, entre em contato com 3670.3344 ou leia o edital clicando aqui.

Buona fortuna a tutti!

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La libertà – Dino Buzzati

         Tempo fa, al mercato, comprai un pesce rosso contenuto in un vasetto rotondo di vetro trasparente. Là dentro l’animale stava stretto, di nuotare non se ne parlava neanche. E vederlo dar di muso continuamente contro il vetro, mi faceva star male. Per quanto ripetute, le delusioni mai lo persuadevano, era evidente, dell’inutilità dei suoi sforzi per evadere.

         Impietoso, decisi di procurargli una casa meno piccola. E in giardino feci costruire una bella vasca tonda del diametro di metri tre e cinquanta, e profonda mezza gamba. Pronta che fu la vasca, la riempii di acqua fresca, e stavo per rovesciarci dentro il pesciolino quando mi venne in mente: lui attualmente si trova in acqua quasi tiepida, se lo getto all’improvviso in acqua fredda, non si prenderà una congestione? A evitare il rischio, adottai una soluzione molto semplice. Calai sul fondo, così come stava, il vaso di vetro lasciandoci dentro l’acqua e il pesciolino. Con due vantaggi: uno che la bestiola si poteva così acclimatare alla bassa temperatura della vasca; secondo, che più grande, perché inaspettata e senza scosse, sarebbe stata la sua lieta sorpresa, quando, venuto, come faceva spesso, in superficie, si fosse accorto che l’acqua non finiva lì, che la prigione non era più prigione e che tutto intorno si stendeva un grande oceano a sua disposizione.

         Così avvenne. Deposto il vaso sul fondo, per qualche tempo il pesce continuò a battere il naso contro il vetro, poi risalito, casualmente all’imboccatura della boccia, trovando ancora acqua, si affacciò timidamente, e infine, non incontrando ostacoli di sorta, si mise a scorribandare da una parte all’altra della vasca, entusiasta della inaspettata libertà.

         Questa allegria durò un paio di giorni. Tre mattine dopo, andato a vedere come stava restai di sasso vedendolo rintanato nel vaso che avevo dimenticato nella vasca. Se ne stava quieto dondolandosi a mezz’acqua, né dava più di testa, come prima, contro la parete. “Capriccio di pesce!” io pensai. “Anche gli ergastolani liberati spesso desiderano tornare, per una breve visita, al carcere dove hanno passato tanti anni di amarissima clausura”.

         Ma non fu una breve visita. Anche la sera il pesce se ne stava all’interno della boccia, e così all’indomani e così il terzo giorno successivo. Tanto che io persi la pazienza e gli parlai:

         “Caro pesce, scusa, ma mi pare che adesso tu passi il segno! Ho speso un mucchio di quattrini perché tu potessi nuotare a tuo piacere, tanto mi facevi pena sempre chiuso in quel piccolo vaso, e tu nel vaso ci ritorni, e ci passi giornate intere come se non te ne importasse niente di essere libero. Giuro che mi fai cadere le braccia!”

         Allora (siccome è una fandonia che i pesci sono muti e soltanto si nota in loro una certa difficoltà nel pronunciare la erre) allora l’animaletto mi rispose:

         “O uomo, come sei poco intelligente, e perdona la sincerità! Che strana idea della libertà tu hai! Non è l’uso della libertà che importa, anzi esso è di solito una cosa insulsa e volgarissima. Ciò che importa è la possibilità di usarne. Qui è il suo sapore più squisito. Io amo stare in questo vaso, che è così intimo e raccolto, propizio alle meditazioni solitarie. Ma so che quando voglio posso uscirne e fare lunghi viaggi nella vasca (per la quale tra parentesi ti sono estremamente grato).

         “Era un carcere questo vaso e adesso non lo è più, ecco la differenza. Non solo. Standomene qui rincantucciato, io vivo dal punto di vista materiale l’identica vita di una volta, quando ero prigioniero ed infelice. Ma proprio ciò mi permette di godere la beatitudine raggiunta. Così infatti non dimentico le pene già sofferte, traggo dal confronto una consolazione sempre nuova ed evito che l’abitudine alla vastità me ne annulli a poco a poco il gusto. Io sto nel carcere, ma la porta è aperta, e vedo fuori il mondo sterminato che mi aspetta, e tale vista mi rasserena il cuore. Se io invece, per sfruttare avidamente il bene in sorte, se io corressi a destra e a manca tutto il giorno senza fermarmi mai, a un certo punto sarei sazio. E la soddisfazione cesserebbe. E comincerei a desiderare mari sempre più grandi, vastità sempre più sconfinate, ciò che oggi non mi avviene. Insomma tornerei a essere infelice. Vedi dunque che della divina libertà nessuno sa godere più di me. E adesso, se vuoi farmi cosa grata, lasciami tranquillo nel mio buco”.

         Al che io, con la sensazione di avere fatto una pessima figura, mi ritirai balbettando vaghe scuse.

D. Buzzati, In quel preciso momento, Mondadori, Milano, 1963.

(in Contesti Italiani, di M. Piachiassi e G. Zaganelli)

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Troppa Medicina – Marco Bobbio

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É com imenso prazer que compartilho o lançamento do novo livro de Marco Bobbio – TROPPA MEDICINA – que estará nas livrarias italianas a partir do dia 14/02/2017.

Aos meus alunos e interessados convido a conhecerem o site http://www.troppamedicina.it organizado pelo autor para apresentar seu trabalho e enriquecê-lo com notícias e atualizações.

Grazie e arrivederci!

 

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Il cielo è di tutti – Gianni Rodari

Cappella degli Scrovegni

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi,
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio e del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
e ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

Gianni Rodari, Il libro degli errori, Torino, Einaudi, 1994, p. 162

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Vittorio Foa – Presentazione del libro “Se questo è un uomo”

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Primo Levi è nato a Torino nel 1919 e pure a Torino è morto nel 1987. Ha sempre lavorato come chimico in una industria torinese, ma la sua fama, ormai immensa su scala mondiale (nei soli Stati Uniti sono state finora vendute duecentomila copie dei suoi volumi) nasce coi suoi libri, con le sue tragiche narrazioni sui campi di sterminio nazisti e colle sue originali creazioni letterarie legate alla scienza. Nell’inverno 1944-45  Primo Levi è catturato dai nazisti nelle montagne della Val d”Aosta dove era andato per fare il partigiano ed è deportato nel campo di sterminio di Auschwitz da dove, uno fra pochissimi, esce alla fine della guerra.

         Il suo primo libro, Se questo è un uomo, che qui ripresentiamo, racconta Auschwitz, il limite dell’orrore, dove un apparato scientifico di repressione e di morte distrugge, dopo averli ridotti a ombre di vita, milioni di vite umane (in quel campo passarono e morirono milioni di ebrei e non solo ebrei di tutti i paesi). La scienza nazista non cercava solo di cancellare nelle vittime ogni dignità umana ma anche di sopprimerne la memoria storica e civile considerandoli “razza inferiore” da estirpare. Di qui la decisione di una “soluzione finale”, l’ossessione nazista di non avere testimonianze e quindi di uccidere tutti gli ebrei, di qui anche il rito hitleriano del rogo dei libri che esprimono una cultura ostile o diversa. Ma di qui anche il costante richiamo di Primo Levi a ricordare, a testimoniare, a rispettare col ricordo le inaudite sofferenze e anche a ricavare col ricordo una certa idea di sé e del proprio rapporto col mondo, l’indicazione di un percorso per combattere il Male assoluto, il disprezzo e l’odio verso la creatura umana.

         Per circostanze storiche che sono sopravvenute questa testimonianza di Primo Levi, nella sua trasparente verità, in quel rifiuto di qualsiasi enfasi o forzatura che ne fa la grandezza letteraria, è la più inesorabile confutazione di quella storiografia “revisionista” oggi di moda a destra che, con diversa intensità di menzogna e di travisamento dei fatti, arriva a negare la stessa realtà dello sterminio o ad attribuirne la responsabilità alle vittime.

         Il titolo del libro, Se questo è un uomo, è volutamente ambiguo: chi è l’uomo di cui parla? È il carnefice, quello che riesce a superare tutti i limiti della disumanità nel considerare e nel trattare creature umane col massimo possibile di crudeltà? Oppure è la vittima torturta ed uccisa non perché ha detto qualcosa o fatto qualcosa o pensato qualcosa, ma perché ha nelle sue vene, in tutto o in parte, del sangue ebraico, perché è in una condizione nella quale non può portare alcuna responsabilità? Oppure, nonstante tutto, è la vittima che resiste? Una donna o un uomo inermi di fronte a un armato deciso ad uccidere non hanno alcuna possibilità di opporre una resistenza materiale, fisica, ma hanno la possibilità di resistere mostrando nel limite del possibile solidarietà verso i più deboli, mantenendo la dignità umana e soprattutto lottando per sopravvivere e potere poi raccontare per sé e per i compagni che sono morti. Primo Levi è uno di questi resistenti, fra i più alti nella nostra memoria e nel nostro affetto.

         Dopo  Se questo è un uomo  Primo Levi ha scritto altri libri, tutti di grandissimo successo.  La tregua  racconta la liberazione dei deportati di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa e la loro peregrinazione per l’Europa prima di arrivare alle loro case nell’autunno del 1945. Quella estate è raccontata con gioia e ironia, sembrava quasi che il mondo volesse riconciliarsi con se stesso. Ma subito l’autunno, con le sue prime nebbie, porta la guerra fredda, la divisione del mondo, la ripresa dell’odio. Levi ha poi scritto altri libri e molte bellissime poesie. Fra gli altri  Il sistema periodico  nel quale la scienza chimica diventa protagonista di alta letteratura. E attraverso tutti i suoi scritti è sempre trasparente la figura dell’autore, semplice e chiaro, mai predicatorio anche quando tocca con calore temi così alti, esempio straordinario di quella intransigenza intessuta di moderazione che è propria de saggi.

         Fin sulla soglia della morte, con il libro  Sommersi e salvati, Primo Levi ci richiama al dovere di ricordare. Ritornano i versi che troverete nella premessa di questo libro, quelli che cominciano così: “Voi che vivete sicuri”, con quel che segue. Sorgono allora delle domande: perché dobbiamo ricordare? E cosa bisogna ricordare? Bisogna ricordare il Male nelle sua estreme efferatezze e conoscerlo bene anche quando si presenta in forme apparentemente innocue: quando si pensa che uno straniero, o un diverso da noi, è un Nemico si pongono le premesse di una catena al cui termine, scrive Levi, c’è il Lager, il campo di sterminio. Sarebbe troppo facile scaricare tutte le colpe del Male solo sugli altri, per esempio solo sui tedeschi, o su un presunto modello asiatico, e così via: i limiti li dobbiamo analizzare anche in noi stessi, nell’intolleranza. Quando vediamo (e lo vediamo così spesso!) il Male fatto dagli altri dobbiamo combatterlo a viso aperto, ma dobbiamo anche e sempre contrastare in noi ogni tentazione di intolleranza, di disprezzo, di negazione degli altri. Nessuna causa giusta può essere combattuta partendo dalla premessa della distruzione della persona umana. Primo Levi, che ha analizzato con una forza straordinaria il male dell’uomo provocato dall’uomo, ci ha lasciato questo messaggio di vita.

Tratto dal libro “Se questo è un uomo” – Primo Levi – Editrice l’Unità, Roma, 1992

 

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PUC-SP – Exame de proficiência – novembro/2016

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Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da PUC-SP. As provas de proficiência em língua estrangeira serão realizadas entre os dias 7 e 11 de novembro de 2016.

A prova de italiano será no dia 08.11.2015 das 14:00 às 16:00. Os candidatos deverão comparecer até às 13:45 ao Campus Monte Alegre (Perdizes), no Edifício Reitor Bandeira de Mello, à Rua Ministro Godói, nº 969, Perdizes, São Paulo, S.P.

As inscrições deverão ser feitas através do site da PUC Concursos no período de 10 a 28 de outubro de 2016.

Para informações e orientação mais detalhadas, entre em contato com 3670.3344 ou leia o edital clicando aqui.

Buona fortuna a tutti!

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Discorso sulla Costituzione – Piero Calamandrei

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Il discorso qui riprodotto fu pronunciato da Piero Calamandrei nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria il 26 gennaio 1955 in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi per illustrare in modo accessibile a tutti i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della nostra vita associativa.

L’art.34 dice:” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: ”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società. E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi! E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato. Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma no è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società n cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente. Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani. ”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina,, che qualcheduno di voi conoscerà, d quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentisno alla politica. E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica. La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo- io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese. Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo. Ora vedete- io ho poco altro da dirvi-, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate,”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

 

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FDUSP – Edital de seleção para Pós-Graduação 2017

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Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da Faculdade de Direito da USP para o ano de 2017.

Os exames de proficiência em idioma estrangeiro serão realizados nos dias 19 e 20 de março de 2016 e as inscrições deverão ser feitas no período de 07 a 10 de março de 2016 através do site da FUVEST.

Para orientação e informações mais detalhadas, leia o edital no site da FDUSP.

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PUC-SP – EXAME DE PROFICIÊNCIA – novembro/2015

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Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da PUC-SP. As provas de proficiência em língua estrangeira serão realizadas entre os dias 28 de outubro e 05 de novembro de 2015.

A prova de italiano será no dia 04.11.2015 das 14:00 às 16:00. Os candidatos deverão comparecer até às 13:45 ao Campus Monte Alegre – Rua Ministro Godói, 969 – Perdizes.

As inscrições deverão ser feitas através do site da PUC Concursos no período de 01 a 23 de outubro de 2015.

Para informações e orientação mais detalhadas, entre em contato com 3670.3344 ou concursos@pucsp.br.

Buona fortuna a tutti!

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Il funerale della volpe – Gianni Rodari

Funerale della volpe

Una volta le galline trovarono la volpe in mezzo al sentiero. Aveva gli occhi chiusi, la coda non si muoveva.

– È morta, è morta – gridarono le galline. – Facciamole il funerale.

Difatti suonarono le campane a morto, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in fondo al prato.

Fu un bellissimo funerale e i pulcini portavano i fiori. Quando arrivarono vicino alla buca la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutte le galline.

La notizia volò di pollaio in pollaio. Ne parlò perfino la radio, ma la volpe non se ne preoccupò. Lasciò passare un po’ di tempo, cambiò paese, si sdraiò in mezzo al sentiero e chiuse gli occhi.

Vennero le galline di quel paese e subito gridarono anche loro:

– È morta, è morta! Facciamole il funerale.

Suonarono le campane, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in mezzo al granoturco.

Fu un bellissimo funerale e i pulcini cantavano che si sentivano in Francia.

Quando furono vicini alla buca, la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutto il corteo.

La notizia volò di pollaio in pollaio e fece versare molte lacrime. Ne parlò anche la televisione, ma la volpe non si prese paura per nulla. Essa sapeva che le galline hanno poca memoria e campò tutta la vita facendo la morta. E chi farà come quelle galline vuol dire che non ha capito la storia.

Il libro degli errori – Gianni Rodari

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FDUSP – Edital de seleção para Pós-Graduação 2016

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Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da Faculdade de Direito da USP para o ano de 2016.

Os exames de proficiência em idioma estrangeiro serão realizados nos dias 28 e 29 de março de 2015 e as inscrições deverão ser feitas no período de 16 a 19 de março de 2015 através do site da FUVEST.

Para orientação e informações mais detalhadas, leia o edital clicando no link: Edital FDUSP 2015.

Vamos estudar!

 

 

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O DOENTE IMAGINADO

livro o doente imaginado

Tenho recebido pedidos de informação sobre a compra do livro “O doente imaginado”. Os interessados podem clicar no link da Editora Bamboo para adquiri-lo.

Se você quiser conhecer a versão digital, clique aqui.

Aproveito para desejar a todos “Boas festas”!

Mônica Gonçalves

 

 

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Lançamento do livro “O DOENTE IMAGINADO” – Marco Bobbio

O Doente Imaginado

Será um prazer dividir esse momento com vocês! Um abraço,

Mônica

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Sogno di Toulouse-Lautrec, pittore e uomo infelice – Antonio Tabucchi

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Una notte di marzo del 1890, in un bordello di Parigi, dopo aver dipinto il manifesto per una ballerina che amava non corrisposto, Henri de Toulouse-Lautrec, pittore e uomo infelice, fece un sogno. Sognò che era nelle campagne della sua Albi, e che era d’estate. Lui si trovava sotto un ciliegio carico di ciliegie e avrebbe voluto coglierne qualcuna, ma le sue gambe corte e deformi non gli permettevano di raggiungere il primo ramo carico di frutti. Allora si alzò sulla punta dei piedi e, come se fosse la cosa più naturale del mondo, le sue gambe cominciarono ad allungarsi fino a che non raggiunsero una lunghezza normale. Dopo che ebbe colto le ciliegie le sue gambe cominciarono di nuovo ad accorciarsi e Henri de Toulouse-Lautrec si ritrovò alla sua altezza di nanerottolo.
Toh, esclamò, dunque posso crescere a mio piacimento. E si sentì felice. Cominciò ad attraversare un campo di grano. Le spighe lo sovrastavano e la sua testa apriva un solco fra le messi. Gli pareva di essere in una strana foresta dove andava avanti alla cieca. In fondo al campo c’era un ruscello. Henri de Toulouse-Lautrec vi si specchiò e vide un brutto nano dalle gambe deformi vestito con dei pantaloni a quadri e con un cappello in testa. Allora si alzò sulla punta dei piedi e le sue gambe si allungarono gentilmente, egli diventò un uomo normale e l’acqua gli restituì l’immagine di un bel giovane elegante. Henri de Toulouse-Lautrec si accorciò di nuovo, si spogliò e si immerse nel ruscello per rinfrescarsi. Quando ebbe fatto il bagno si asciugò al sole, si rivestì e si mise in cammino. Stava calando la sera, e in fondo alla pianura vide una corona di luci. Vi si diresse caracollando sulle sue gambette corte e quando vi arrivò si accorse di essere a Parigi. Era l’edificio del Moulin Rouge, con le pale del mulino illuminate che giravano sul tetto. Una grande folla premeva all’ingresso, e vicino alla biglietteria un grande manifesto dai colori sgargianti annunciava lo spettacolo della serata, un can can. Il manifesto riproduceva una ballerina che tenendo sollevate le gonne danzava sul proscenio, proprio di fronte alle lampade a gas. Henri de Toulouse-Lautrec si compiacque, perché quel manifesto lo aveva dipinto lui. Poi evitò di mescolarsi alla folla e entrò dall’entrata secondaria, percorse un piccolo budello male illuminato e arrivò fra le quinte. Lo spettacolo era appena cominciato. La musica era fragorosa e Jane Avril, sul palco, ballava come indiavolata. Henri de Toulouse-Latrec sentì un feroce desiderio di entrare sul palco anche lui e di prendere per mano Jane Avril per ballare con lei. Si alzò sulla punta dei piedi e le sue gambe si allungarono subito. Allora si buttò con foga nella danza, il suo cappello a cilindro rotolò da una parte e lui si lasciò prendere nel vortice del can-can. Jane Avril non sembrava affatto meravigliata che lui fosse diventato di statura normale, ballava e cantava e lo abbracciava, e era felice. Allora il sipario calò, il palco sparì e Henri de Toulouse-Lautrec si ritrovò con la sua Jane Avril nelle campagne di Albi. Ora era di nuovo il meriggio e le cicale frinivano come impazzite. Jane Avril, esausta dal caldo e dalla danza, si lasciò cadere sotto una quercia e si tirò su le gonne fino al ginocchio. Poi gli tese le braccia e Henri de Toulouse-Latrec vi si lasciò cadere con voluttà. Jane Avril lo strinse al seno e lo cullò come si culla un bambino. A me piacevi anche con le gambe corte, gli sussurò in un orecchio, ma ora che le tue gambe sono cresciute mi piaci ancora di più. Henri de Toulouse-Lautrec sorrise e l’abbracciò a sua volta, e stringendo il cuscino si girò dall’altra parte e continuò a sognare.

A. Tabucchi, Sogni di sogni. Palermo: Sellerio, 1992.

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PUC-SP – EXAME DE LÍNGUA ESTRANGEIRA – novembro/2014

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Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da PUC-SP. As provas de proficiência em língua estrangeira serão realizadas entre os dias 03 e 07 de novembro de 2014.

A prova de italiano será no dia 04.11.2014 das 14:00 às 16:00. Os candidatos deverão comparecer até às 13:50 ao Campus Monte Alegre – Rua Ministro Godói, 969 – Perdizes.

As inscrições deverão ser feitas através do site da PUC Concursos no período de 01 a 24 de outubro de 2014.

Para informações e orientação mais detalhadas, entre em contato com 3670.3344 ou concursos@pucsp.br.

Buona fortuna a tutti!

 

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PUC-SP – Exame de língua estrangeira – maio/2014

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Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da PUC-SP. As provas de proficiência em língua estrangeira serão realizadas entre os dias 07 e 13 de maio de 2014.

A prova de italiano será no dia 09.05.2014 das 14:00 às 16:00. Os candidatos deverão comparecer até às 13:50 ao Campus Monte Alegre – Rua Ministro Godói, 969 – Perdizes.

As inscrições deverão ser feitas através do site da PUC Concursos no período de 14 de abril a 05 de maio de 2014.

Para informações e orientação mais detalhadas, leia o edital clicando aqui.

Buona fortuna a tutti!

 

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FDUSP – Edital de seleção para Pós-Graduação – 2015

 

SanFran

 

Hoje, dia 11.04.2014, foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da Faculdade de Direito da USP para o ano de 2015.

Os exames de proficiência em idioma estrangeiro serão realizados nos dias 19 e 20 de julho e as inscrições deverão ser feitas no período de 23 de junho a 03 de julho de 2014 através do site da FUVEST.

Para orientação e informações mais detalhadas, clique aqui e acesse o site da FDUSP, entre em “Pós-Graduação”, em seguida, em “Últimas Notícias” e leia o edital.

Vamos estudar, pessoal!!! Um abraço,

Mônica Gonçalves

 

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Compleanno – Marino Niola

torta di compleanno

 

Una volta erano le nonne a ricordarci i compleanni di parenti e conoscenti. Adesso ci pensa Facebook che ogni giorno ci allerta su anniversari e genetliaci.

Invitandoci a dispensare auguri a pioggia. Agli amici del cuore come a perfetti sconosciuti. È questa la differenza tra la comunità tradizionale e la community digitale. Tra l’amicizia face to face e quella face to facebook. Che segna l’ennesima trasformazione di una festa che peraltro è un’invenzione storicamente recente. Fino all’Ottocento di auguri, torte, tirate d’orecchie, candeline e canzoncine non si aveva nemmeno l’idea.

A noi sembra scontato che questa ricorrenza, la più familiare e festeggiata, con il suo jingle arcinoto che i bambini scaricano col cellulare, esista da sempre. E invece fino a poco tempo fa celebrare il giorno della propria nascita era impensabile se non addirittura vietato. Almeno per i buoni cristiani. Il perché è presto detto.

Il compleanno misura l’età di ciascuno di noi, scandisce anno dopo anno il nostro tempo individuale. Mentre nel cristianesimo dei secoli passati il tempo che contava veramente era quello del calendario liturgico. Collettivo e circolare, ritmato dalle feste dei santi dei quali si ricordava ogni anno il martirio. Un tempo che ricorre e non un tempo che corre come il nostro. Non a caso ai nuovi nati si dava tradizionalmente il nome del santo del giorno ed era questo a essere celebrato con l’onomastico. Era questo la vera festa, non l’anniversario. Senza dare troppa importanza a quella che noi definiamo età anagrafica. Che, peraltro, è possibile calcolare con esatezza solo da quando esiste l’anagrafe che è anche’essa un’istituzione recente essendo figlia della rivoluzione francese. Fino ad allora erano in pochissimi a sapere con certezza il giorno e l’anno in cui erano venuti al mondo. Nemmeno i documenti ufficiali, infatti, registravano l’età delle persone, fatta eccezione per i reali e i personaggi pubblici. Per tutti gli altri il “circa” era d’obbligo. L’età apparente contava più di quella reale. E, come qualche volta piace credere anche a noi, gli anni non erano quelli che si avevano bensì quelli che si dimostravano. E perfino chi conosceva con precisione giorno mese e anno di nascita non avrebbe mai pensato di solennizzare una data considerata senza valore.

Ma non è stato così sempre, né dovunque. Marco Polo racconta stupito nel Milione che i sudditi del Gran Khan Kublai avevano la bizzarra abitudine di festeggiare con banchetti, doni e luminarie il genetliaco dell’imperatore. Ancor prima i faraoni e gli antichi re persiani solennizzavano fastosamente anni e compleanni. E anche nella civiltà greco-romana gli anniversari erano ampiamente diffusi. Sia sotto forma di riti religiosi che commemoravano la nascita delle divinità maggiori. Come la dea della luna Artemide, la Diana dei latini, che veniva festeggiata con una torta di farina e miele con tanto di fiammelle a mo’ di candele che simboleggiavano la luce dell’astro notturno. Sia sotto forma di solennità civili come quelle che a Roma e in altri paesi del mediterraneo celeravano la nascita dei sovrani e dei grandi uomini di stato. E tutti quelli che potevano permetterselo imitavano i vip regalandosi dolci e luminarie. Che servivano a rischiarare il cammino del nuovo anno. È questa l’origine delle nostre candeline.

Ed è proprio in quanto eredità pagana che il compleanno viene rifiutato dal cristianesimo che considera la vera nascita il giorno del battesimo, quando cioè si rinasce alla vera vita. Da questo derivano nomi come Renato, volgarizzazione di Rinato. Non a caso i registri parrocchiali riportavano solo le date di battesimo, matrimonio e morte, ovvero i sacramenti che corrispondevano ai tempi dell’anima e non a quelli del corpo. Per la chiesa la morte, che inaugura la vita eterna, è molto più importante della nascita biologica, al punto che il cosiddetto dies natalis, ovvero il giorno natale dei santi è in realtà quello della loro morte.

Il compleanno torna a galla con la società moderna che si secolarizza emancipandosi dalla tradizione cristiana. E il tempo diventa lineare, quantitativo. Divisibile e moltiplicabile. Capitalizzato e privatizzato. Scandito dalle leggi dell’economia e non dai disegni della provvidenza. L’individuo moderno diventa così proprietario del suo denaro come del suo tempo. Può accumulare e calcolare entrambi. E celebrarne le tappe come meglio crede. È questa svolta a rimettere in gioco il compleanno. Con un testimonial d’eccezione come Goethe, che fa degli anniversari un tema ricorrente in capolavori come Le affinità elettive e Wilhelm Meister, riflettendo così un profondo mutamento della sensibilità collettiva. L’autore del Faust fra l’altro è anche l’inventore della torta attuale. Il 28 agosto del 1802, infatti, festeggia i suoi cinquantatrè anni con un colpo di scena, cinquantatrè candeline piazzate su un dolce. Il grande Wolfgang ha lanciato la moda. Perché il format sia completo manca ancora la colonna sonora. A questa provvedono due insegnanti di scuola materna del Kentucky, le sorelle Mildred e Patty Hill che nel 1924 compongono la famosa, o famigerata, Happy birthday to you. Sei note miserelle, ribattute fino alla noia, che radio, cinema e televisione trasformano nel leit-motif del compleanno globale. Grazie anche alla divina Marylin che il 19 maggio 1962 canta un memorabile Happy Birthday per i quarantacinque anni del presidente Kennedy al Madison Square Garden di New York. Un evergreen che frutta ancora oggi due milioni di dollari all’anno in diritti d’autore. Una voce insistente vuole che finiscano nelle tasche di Paul McCartney, il re Mida della musica pop. L’uomo che trasforma in royalty tutto quel che tocca. Compresi i nostri compleanni.

Se è vero che ogni tempo produce feste a sua immagine e somiglianza, allora non dobbiamo stupirci se oggi il social network ci fa da nonna virtuale. E detta il format dei nostri affetti. Postati con tanto di faccine, smile, fette di torta, candeline, fuochi d’artificio, occhi dolci. Tecnicamente si chiamano emotion. Ma chiamale, se vuoi, emozioni.

 Marino Niola, Miti d’oggi. Milano: Bompiani, 2012.

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Proverbi – Gianni Rodari

proverbi

 
          Dice un proverbio dei tempi andati:
          “Meglio soli che male accompagnati”.
          Io ne so uno più bello assai:
          “In compagnia lontano vai”.
 
          Dice un proverbio, chissà perché:
         “Chi fa da sé fa per tre”.
          Da quest’orecchio io non ci sento:
          “Chi ha cento amici fa per cento”.
 
 Dice un proverbio con la muffa:
 “Chi sta solo non fa baruffa”.
 Questa, io dico, è una bugia:
 “Se siamo in tanti, si fa allegria”.
 

G. Rodari, Il libro degli errori. Torino: Einaudi, 1964.

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La Cappadocia di Antonio Tabucchi

Esbelli Evi Pansiyon

Esbelli Evi Pansiyon

 

Tra il Gran Canyon e la Cappella Sistina

 

A portarci in Cappadocia fu la forza di una frase, altrimenti il nostro viaggio sarebbe terminato ad Ankara, dove andavamo apposta da Istanbul per vedere un museo.

Ultima serata a Istanbul, una cena a casa di amici. Fra gli invitati, inaspettatamente, una persona di mia conoscenza. Metà americana e metà fiorentina, docente di matematica a New York, da un anno era visiting professor all’Università di Istanbul, e la Turchia l’aveva girata in lungo e in largo. Non so se è perché frequenta le Matematiche, ma è capace di cortocircuiti di idee che vanno al di là della logica comune. “La Cappadocia? È un incrocio fra il Gran Canyon e la Cappella Sistina”, mi disse. Non si può resistere a una definizione come questa.

Ad Ankara, prima tappa, visitammo il museo che avevamo in programma, quello delle Civiltà anatoliche, forse anche perché avevo sempre sospettato che gli Ittiti fossero una fantasia del mio vecchio professore del liceo, e da quel museo aspettavo una conferma o una smentita. Aveva ragione il mio professore: gli Ittiti, per me popolo dal nome di pesci immaginari, sono esistiti davvero, e il Museo delle Civiltà anatoliche, con quelle stupefacenti statuette che sembrano uscite dal ventre del Tempo, lo testimonia senza possibilità di smentite.

L’aereo per la Cappadocia era al completo per i tre giorni successivi, così affittai una macchina e dopo un viaggio non proprio comodissimo di qualche centinaia di chilometri la sera arrivammo ad Ürgüp, la città più importante di quella regione di montagne erose dal vento e dipinte dagli uomini. Con un paesaggio lunare di monti di tufo (cenere, lava e fango, la zona è vulcanica) scavati dalle intemperie e altissimi funghi calcarei detti “camini delle fate” (Pasolini vi girò la sua Medea), la regione cela all’interno delle montagne chiese e cappelle decorate da straordinari affreschi bizantini. Dotate di depositi per grano, stalle, cucine, condutture d’aria, enormi stanze per riunioni e dormitori, queste vere e proprie città scavate nella roccia (le più celebri quelle di Özkonak, Tatlarin, Kaymakli, dove si rifugiarono i cristiani nel settimo secolo per sfuggire alle persecuzioni, evitanto le invasioni turche e il conflitto con Bisanzio iconoclasta) sono una stupefacente dimostrazione della resistenza e dell’adattamento umano.

Non è sempre facile penetrare in questi labirinti sotteranei. A volte è necessario percorrere lunghi cunicoli carponi, o comunque in condizioni disagevoli, e per chi soffre di claustrofobia è più prudente una visita al monastero di Eskigümüs, dove gli affreschi bizantini, mai ritoccati, si sono conservati in maniera stupefacente. Oppure al museo all’aria aperta di Göreme, un complesso monastico di chiese e cappelle rupestri con affreschi straordinari, uno dei siti archeologici più famosi della Turchia. Di quel luogo mi è rimasta impressa nella memoria una piccola chiesa (non ne ricordo il nome, e non l’ho scritto sul mio taccuino di viaggio), con le raffigurazioni di un inferno dove i dannati sono avvolti fra le spire di serpenti (ricordo con esattezza i portentosi e surreali serpenti, mentre i dannati mi sembrarono seriali).

A Ürgüp ci fermammo alla Esbelli Evi Pension, un minuscolo convento troglodita con sei o sette stanze che alcuni anni fa un giovane avvocato turco ha trasformato in hôtel de charme. Credo che ultimamente abbia avuto numerose imitazioni, probabilmente non all’altezza del modello. La decorazione delle stanze, con mobili antichi scelti dal proprietario, è elegante ma non snob; i tappeti (alcuni antichi di famiglia) bellissimi; pochi gradini conducono a un terrazzino privato con una vista superba. In ogni camera una decina di libri di ottima qualità in varie lingue, e il soggiorno comune è dotato di una nastroteca impressionante (il proprietario è un raffinato melomane). Inoltre (fortuna sfacciata) vi trovammo un’arpista che abitualmente vi si ritira a studiare prima di ogni concerto. Suonava nella luce della sera inginocchiata su un piccolo tappeto kilim, le mani che sembravano danzare nell’aria.

Maria José si ricordò di un verso di Pessoa e lo recitò in una lingua che la musicista comprendeva: “Oh suonatrice di arpa, potessi baciare il tuo gesto senza baciare le tue mani!” E lei improvvisò un piccolo concerto solo per noi.

A.Tabucchi, Viaggi e altri viaggi. Milano: Feltrinelli, 2010.

 

 

 

 

 

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Piccole storie d’amore

c'eravamo tanto amati

Roma. È notte. Mario dorme. Suona il telefono. Mario risponde.

Mario – Pronto?… Chi parla?

Paola – Ciao Mario. Sono Paola.

Mario – Paola?

Paola – Sì, sono io. Cosa fai? Dormi?

Mario – Certo che dormo! Sono le due di notte! Cosa vuoi a quest’ora?

Paola – Ho un problema…

Mario – Un problema? Che problema?

Paola – Mario… Io… Io non…

Mario – Si può sapere cosa è successo? Hai avuto un incidente con la macchina? Non ti senti bene?

Paola – No, niente di tutto questo.

Mario – E allora, perché mi hai chiamato?

Paola – Perché non riesco a dormire.

Mario – Cosa?… Mi hai telefonato per dirmi questo?

Paola – Sì, scusa… Ti ho svegliato, vero?

Mario – Ma sì, te l’ho detto! Stavo dormendo… Dove sei adesso?

Paola – A Milano, in albergo. Sono qui per lavoro. Domani ho una riunione importante. Sono molto nervosa, non riesco a dormire.

Mario – Non hai un sonnifero?

Paola – No, lo sai che non prendo mai medicine.

Mario – Allora bevi una camomilla!

Paola – Non posso. Al bar dell’albergo hanno solo il tè, la camomilla non c’è!

Mario – E io cosa posso fare?

Paola – Non lo so… Parla! Dimmi qualcosa…

Mario – Sei matta? Io ho sonno, voglio dormire!

Paola – Anch’io voglio dormire!

Mario – Allora buonanotte!

Paola – No, un momento! Io sono tua moglie, non puoi lasciarmi così!

Mario – Ma Paola: noi siamo divorziati da sei anni! Tra noi tutto è finito. Adesso sono un     uomo libero, per fortuna…

Paola – Cosa vuoi dire? Forse c’è qualcun altro là con te? Hai un’altra donna?

Mario – Noooooo, sono solo!

Paola – Perché gridi? Sei nervoso?

Mario – Sì, sono nervoso perché non riesco a dormire! È chiaro?

Paola – Allora prendi una camomilla!

Mario – No, è inutile. Quando sono troppo nervoso non c’è niente da fare. Lo sai anche tu. Adesso non dormo più, sei contenta? Starò sveglio tutta la notte. Su, dimmi qualcosa… Stai bene? Hai molto lavoro? Quando torni a Roma?

Paola – …….

Mario – Paola? Paola? Perché non rispondi? Paolaaaaaa?!

Paola – zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz……… zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz…..

 

De Giuli – C. M. Naddeo, Piccole Storie d’amore. Firenze: Alma, 1999.

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Fa troppo caldo? Godiamocelo – Andrea Camilleri

Calor

Da due o tre giorni, da quando si è messo a fare il caldo che fa, non c’è telegiornale che non spunta con uno con la faccia uguale uguale a quella di un predicatore di Quaresima e ci viene a contare che la colpa è tutta nostra, inutile lamentarsi. Avete voluto usare il carbone? Ve la siete scialata col metano? Allora tenetevi il caldo e muti tutti. Questo è l’effetto serra, ci vengono a spiegare mentre ci talìano con l’occhio del maestro che sta per darti zero di condotta: è lo sviluppo industriale che ha fatto il danno. Io, che non posseggo industrie e che di metano me ne basta quanto ne serve a scaldarmi il caffè, però mi domando: siamo proprio sicuri che le cose stanno come ce le raccontano i quaresimalisti? Dalle mie parti c’è un proverbio antichissimo, secolare, che recita così: “Giugnettu, ’nzoccu haju iettu” che tradotto in bell’italiano suona “Giugnetto, tutto ciò che ho getto” e che ulteriormente tradotto viene a significare che il contadino che travaglia sui campi ai primi di giugno (ecco il perché del diminutivo) se non getta via tutti i vestiti che ha addosso non ce la fa più ad andare avanti col lavoro per il caldo che l’avvampa.

Come la vogliamo mettere? Al tempo in cui l’esperienza contadina coniò questo detto non c’erano ciminiere che fumavano e il fornello si accendeva una volta la settimana (quando andava bene) per fare il cotto. “Eh no, bella forza!” mi dirà il solito contraddittore “Tu ci vieni a citare un proverbio dal profondo Sud al quale appartieni e si vede da come scrivi. Se non fa caldo lì dove vuoi che lo debba fare?” D’accordo, non vale.

Allora porto la testemonianza di uno straniero “Purché non sia svedese” dirà il contraddittore credendosi furbo. Lo straniero che cito era francese e si chiamava Henri Beyle ma lui si firmava Stendhal. Amava il nostro paese e soprattutto gli piaceva passeggiare per Roma. Siamo nel 1828, per la precisione il 2 de giugno. Stendhal comincia il diario così: “Fa un caldo soffocante. Il bisogno di un po’ di fresco ci ha ricondotto in Vaticano”. E per quel giorno si rinfresca ammirando le stanze di Raffaello. Il 5 di giugno la musica non cangia e il nostro amico è costretto a infilarsi tra gli alberi di una villa patrizia per godersi tanticchia d’ombra. E metto subito le mani avanti: non si è trattato della calura eccenzionale di un’annata eccezionale. Difatti sei anni appresso scrive ancora nel suo diario sempre riferendosi al clima di Roma: “Il caldo impedisce di pensare”. E dopo viene una nota che pare scritta da uno che si è perso in mezzo al deserto: “Pioggia, al fine!”.

E mi voglio fermare qua non perché mi vengono a mancare altre testimonianze ma proprio perché non ce la faccio per il gran caldo che sta facendo in questo momento a mettermi a scartabellare libri. Ma in fondo, a considerare bene tutta la faccenna, si può sapere perché tutti se la pigliano col caldo? Io, per esempio, col caldo ci campo benissimo. Una volta ho fatto una gara di immobilità sotto il sole con una lucertola e ho vinto io. Quindi mi escludo. Ma vi chiedo: se non ci fosse il caldo, ve lo godreste così tanto il venticello serale immortalato da una canzone romana famosa? Se non ci fosse caldo, come fareste a govervi tutta la grazia di Dio che erompe da minigonne e generose scollature? Se non ci fosse caldo, come fareste a godere della sottile, argentina musica delle fontane di Roma? In tre frasi il caldo mi ha fatto scrivere tre volte il verbo godere, credetemi non è stato un errore. E allora, siccome il Signore, e non l’effetto serra, vuole così, godiamocelo questo caldo.

Andrea Camilleri, Racconti quotidiani. Milano: Mondadori, 2007.

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PUCSP – LISTA DE APROVADOS NO EXAME DE PROFICIÊNCIA – NOVEMBRO/2013

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A Coordenadoria de Vestibulares e Concursos da PUCSP  acaba de publicar a lista dos aprovados no exame de proficiência em línguas estrangeiras dos candidatos e alunos da Pós-Graduação (mestrado e doutorado).

Para ter acesso à lista, clique aqui. Obtenha também seu boletim de desempenho digitando o CPF no local indicado.

Estou muito feliz!!! Todos meus alunos foram aprovados, parabéns!!

Mônica Gonçalves

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PUC-SP – Exame de língua estrangeira – novembro/2013

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Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da PUC-SP. As provas de proficiência em língua estrangeira serão realizadas entre os dias 11 e 18 de novembro de 2013.

A prova de italiano será no dia 12.11.2013 das 14:00 às 16:00. Os candidatos deverão comparecer até às 13:50 ao Campus Monte Alegre – Rua Ministro Godói, 969 – Perdizes.

As inscrições deverão ser feitas através do site www.concursos.pucsp.br  no período de 14 de outubro a 08 de novembro de 2013.

Para informações e orientação mais detalhadas, leia o edital clicando aqui.

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LA GUIDA DI ROMA – Luigi Malerba

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La guida spiegava ai turisti svizzeri venuti a visitare Roma che il piano stradale della città nei tempi antichi era di circa quattro metri piú basso di quello dove oggi camminano gli uomini e passano le automobili. Tutti i turisti svizzeri non volevano crederci e domandavano come mai la terra invece di consumarsi a forza di passarci sopra, fosse cresciuta di quattro metri. La guida spiegò che il livello del terreno era aumentato perché nel corso dei secoli erano caduti a terra i calcinacci delle case, gli sputi della gente, le cicche delle sigarette, le cartacce, le bottiglie rotte, le bucce delle arance, i noccioli di ciliegia, i biglietti degli autobus, le scatole di fiammiferi, le cacche dei cani  e dei gatti.

I turisti svizzeri non volevano crederci, erano scandalizzati e dicevano tutti insieme che questo in Svizzera non sarebbe mai successo perché loro non gettavano mai niente in terra e insomma loro sapevano come si tengono pulite le città.

– Noi romani saremo dei gran sporcaccioni, – disse la guida che era romana e si era offesa, – ma siamo stati capaci di fare Roma. E voi?

Storiette tascabili, Luigi Malerba, Einaudi Ed., 1994

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FDUSP – GABARITO PROVA DE PROFICIÊNCIA – ITALIANO

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Caros alunos,

Acaba de ser publicado o gabarito da prova de proficiência em idioma estrangeiro aplicada ontem, dia 21/07/2013, pela FUVEST. Para acessá-lo clique aqui.

Mandem-me notícias, um abraço.

Mônica

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PÓS-GRADUAÇÃO – FACULDADE DE DIREITO USP – PROVA DE PROFICIÊNCIA EM IDIOMA ESTRANGEIRO – 2014

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As inscrições para as provas de proficiência em idioma estrangeiro do processo seletivo ao programa de Pós-Graduação da Faculdade de Direito da USP poderão ser realizadas no período de 24/06 a 04/07/2013 somente no site da FUVEST.

Como prevê o edital, as provas serão aplicadas pela FUVEST nos dias 20 e 21 de julho de 2013. A prova de italiano será realizada no domingo, dia 21 de julho, às 14h (horário de chegada 13:30h), com duração de duas horas e meia.

O exame constará de 30 questões, em forma de teste, com cinco alternativas, sendo correta apenas uma. Todas as questões terão igual valor. A nota mínima para aprovação é 7,0 (sete), na escala 0-10.

O exame será realizado no Prédio da Engenharia Civil da Escola Politécnica da USP (POLI), situado à Av. Prof. Almeida Prado, Travessa 3 – Cidade Universitária, Bairro Butantã – São Paulo.

Para informações e orientação mais detalhadas, leia o informe clicando aqui.

In bocca al lupo!

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FDUSP – Edital de seleção para Pós-Graduação – 2014

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Hoje, dia 12.04.2012, foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da Faculdade de Direito da USP para o ano de 2014.

Os exames de proficiência em idioma estrangeiro serão realizados nos dias 20 e 21 de julho e as inscrições deverão ser feitas no período de 24 de junho a 04 de julho de 2013 através do site da FUVEST.

Para orientação e informações mais detalhadas, clique aqui para acessar o site da FDUSP, entre em “Pós-Graduação”, em seguida, em “Últimas Notícias” e leia o edital.

Vamos estudar, pessoal!!! Um abraço,

Mônica Gonçalves

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Un bambino impertinente – Leonardo Sciascia

bambini

La scena si svolge in uno scompartimento del treno Roma Agrigento. Protagonisti sono i componenti di una famiglia siciliana: padre, madre, e due bambini, Lulù di sei anni e Nenè di quattro.

UN BAMBINO IMPERTINENTE

 Voglio mangiare! – gridò Nenè – Voglio mortadella, voglio banane.

– E io voglio un’aranciata – disse Lulù.

– Mortadella niente, ti fa venire l’orticaria – disse la madre. Indicò macchioline rosse sulle braccia di Nenè.

– Mortadella: o faccio l’asino di don Pietro – disse Nenè con una faccia che prometteva immediata attuazione.

– Come fa l’asino di don Pietro? – gli chiese la ragazza(1): divertita, ché evidentemente lo sapeva.

Nenè scivolò dal sedile per dare una risposta figurata.

– Per carità! – gridarono padre e madre agguantandolo. L’asino di don Pietro, spiegarono all’ingegnere, usava strusciarsi a terra a gambe per aria, furiosamente. Nenè riusciva a farne una perfetta imitazione.

Gli diedero mortadella.

– Voglio ancora mortadella – disse Nenè.

– Nomina ancora mortadella: e viene il maresciallo ad arrestarti – minacciò il padre.

– Non la nomino: la voglio – disse Nenè prontamente aggirando il veto.

– È intelligente quanto un diavolo – disse il padre con orgoglio.

– La voglio – ribadì Nenè

– No, no e no – disse il padre

– Appena arriviamo a casa – disse Nenè  – a zia Teresina racconterò che l’avete sparlata con zio Totò.

– Noi l’abbiamo sparlata? – disse la madre mettendosi la mano sul petto, preoccupata ed accorata.

– Tu e papà; avete detto a zio Totò che la zia è avara, che non si lava, che fa azioni maligne – precisò Nenè con feroce memoria.

– Gli dò la mortadella – disse il padre.

– Dagliela – approvò la madre – e quando sarà tutto rosso d’orticaria, tutto prurito, andrà a farsi grattare da zia Teresina.

– Mi gratto contro il muro – disse Nenè vittoriosamente afferrando la mortadella che il padre gli porgeva.

(L. Sciascia, Il mare colore del vino,Torino, Einaudi)

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PUC-SP – Exame de proficiência em língua estrangeira – MAIO/2012

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Foi publicado o edital de seleção para o programa de Pós-Graduação da PUC-SP. As provas de proficiência em língua estrangeira serão realizadas entre os dias 08 e 14 de maio de 2013.

A prova de italiano será no dia 09.05.2013 das 14:00 às 16:00. Os candidatos deverão comparecer até às 13:50 ao Campus Monte Alegre – Rua Ministro Godói, 969 – 2º andar – Perdizes.

As inscrições deverão ser feitas através do site www.concursos.pucsp.br  no período de 01 de abril a 03 de maio de 2013.

Para informações e orientação mais detalhadas, leia o edital clicando aqui.

 

 

 

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LEITURA

libri

How to live forever – Colin Thompson

A Alma Edizioni tem uma coleção bem legal para começar a ler em italiano. Os livros são divididos em níveis (VERDE: 500 palavras, AZUL: 1000 palavras, etc) e contêm um CD áudio. Assim, o iniciante pode adquirir estruturas e vocabulário gradualmente. Conheça o material clicando aqui.

Aproveite para conhecer também as coleções da Guerra Edizioni, são várias opções para aproximar-se da leitura em italiano com prazer e diversão.

Em um passeio pela Livraria Cultura vi que eles têm diversos exemplares dessas coleções. A SBS – Special Book Service e a Livraria Italiana também são boas alternativas para compras online.

Buona lettura!!!

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Racconto di Natale – Dino Buzzati

Albero Natale Acquatico

Albero Natale Acquatico

Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, i1 carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l’arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.

Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l’inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del Duomo” si chiese don Valentino “la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?” Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata divento entrò un poverello in cenci.

“Che quantità di Dio! ” esclamò sorridendo costui guardandosi intorno- “Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori. Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale. ”

“E’ di sua eccellenza l’arcivescovo” rispose il prete. “Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.”

“Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!”

“Ti ho detto di no… Puoi andare… Il Duomo è chiuso al pubblico” e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.

Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c’era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso.

Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c’era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.

Don Valentino uscì nella notte, se n’andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l’indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio.

“Buon Natale, reverendo” disse il capofamiglia. “Vuol favorire?”

“Ho fretta, amici” rispose lui. “Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno.”

“Caro il mio don Valentino” fece il capofamiglia. “Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.”

E nell’attimo stesso che l’uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.

Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.

“Ma che cosa fa, reverendo?” gli domandò un contadino. “Vuoi prendersi un malanno con questo freddo?”

“Guarda laggiù figliolo. Non vedi?”

Il contadino guardò senza stupore. “È nostro” disse. “Ogni Natale viene a benedire i nostri campi.”

” Senti ” disse il prete. “Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l’arcivescovo possa almeno fare un Natale decente.”

“Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi.”

“Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì.”

“Ne ho abbastanza di salvare la mia!” ridacchiò il contadino, e nell’attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.

Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell’atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente).

Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all’orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. “Aspettami, o Signore ” supplicava “per colpa mia l’arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!”

Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito?

Finché udì un coro disteso e patetico, voci d’angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.

“Fratello” gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli “abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego.”

Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.

“Buon Natale a te, don Valentino” esclamò l’arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. “Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?”

Dino Buzzati, La boutique del Mistero, Mondadori, 1992 – pag. 90/94

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Il futuro – Luigi Malerba

La persistenza della memoria

La persistenza della memoria – Salvador Dalí

Paolino aveva sentito parlare del futuro. Che cosa è il futuro? Una cosa che deve ancora venire. E quando viene? Viene viene, basta aspettarlo. Ma come faccio a riconoscerlo? Questo è più difficile perché quando arriva non è più futuro ma è presente. Se sto molto attento e lo sento mentre sta per arrivare, quello è il futuro? Se lo senti mentre sta arrivando allora sì, quello è il futuro.

Paolino prese una seggiola e si mise ad aspettare, ma era molto disturbato da quelli che gli stavano intorno, i genitori, i parenti e gli amici dei genitori e dei parenti. Allora prese la seggiola e la portò in soffitta. Qui c’era molto silenzio. Gli sembrò a un certo punto di sentire dei passi leggeri, doveva essere il futuro che si stava avvicinando. Si voltò e vide un topolino. Per caso sei il futuro? Il topolino si mise a ridere.

– Io sono un topolino, non vedi que sono un topolino?

I genitori dovettero portargli da mangiare nella soffitta perché Paolino non voleva piú scendere se prima non aveva visto arrivare il futuro.

Dopo tanti anni Paolino è ancora lí che aspetta. Adesso è grande, non è piú un bambino, sono passati tanti anni e ha una barba molto folta e molto lunga. Non ha fatto niente di buono e niente di cattivo nella sua vita. L’ha consumata quasi tutta ad aspettare il futuro.

Luigi Malerba, “Storiette e Storiette tascabile”, Torino: Einaudi, 1994 – pp. 60

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