Stranieri – Marino Niola

Como Andam os Gêmeos Siameses Assim! – Dante Velloni – Itaú Cultural, 2020.

             Lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero. In queste parole del grande poeta Edmond Jabés risuona in tutta la sua profondità l’eco di un dramma dell’erranza e della migrazione costantemente amplificata dalle vicende di queste tempo. In cui la paura degli stranieri monta impetuosa come un’onda periodica. I fatti sono nuovi, ma la questione è antica. Nelle cronache del presente si avverte, infatti, la risonanza profonda di problemi e parole che vengono da molto lontano, da quel mondo greco e romano di cui siamo figli, in cui nascono i principi e i valori che ancora oggi professiamo. È il caso dei nomi che usiamo per parlare del rapporto con lo straniero, delle paure che esso suscita e al tempo stesso della necessità dell’accoglienza. Termini come straniero, ospite e nemico, che per noi hanno significati ben distinti, in origine sono strettamente interconnessi tra di loro. Che si tratti di un groviglio di problemi inseparabili lo rivela anche la confusione, solo apparente, della nostra lingua che definisce come ospite sia chi accoglie sia chi viene accolto.

              In certi casi le parole parlano da sole e ci dicono che siamo di fronte a figure e questioni inestricabilmente intrecciate sin dalle sorgenti delle civiltà indoeuropee. Basti pensare alla parentela tra i sostantivi, i simboli e le istituzioni che nel mondo greco e latino hanno a che fare con le incognite e i problemi legati al contatto con l’altro. Ma anche alla vitale necessità di tale contatto e dell’accoglienza.

              In latino uno stesso vocabolo, hostis, definisce sia lo straniero sia il nemico sia l’ospite. Solo più tardi compare la parola hospes col significato esclusivo di ospite, nel senso di colui che viene accolto. Il che indica che il rapporto con lo straniero oscilla, per sua natura, tra un estremo ospitale e un estremo ostile. E proprio per tale ambivalenza esso va accuratamente regolamentato. Anche l’ebraico del resto chiama zar lo straniero e sar il nemico, distinguendo entrambi dal nokri e dal gher che sono rispettivamente lo straniero di passaggio e quello residente. E il greco xenos, prima ancora di significare il forestiero, indica soprattutto l’ospite. Così è per esempio nell’Iliade e nell’Odissea. I significati variabili di queste parole riflettono le incognite del rapporto con l’altro, ricco di possibilità, ma anche d’insidie. Fattore di crescita, ma anche veicolo di contaminazione.

              Il mito greco – che dalle sue profondità lontane continua a coniugare il nostro tempo al presente remoto – designa proprio col termine epidemie i rituali celebrati per l’arrivo degli dèi stranieri. Come Dioniso, il simbolo della mobilità e del fermento vitale.

              Dioniso era per i greci lo straniero per antonomasia. Il dio che giunge da lontano. Inatteso, sconosciuto e spesso sgradito. Un dio epidemico nel senso più profondo del termine. Secondo il celebre antropologo del mondo antico Marcel Ditienne, il termine epidemia in origine non apparteneva al vocabolario della medicina, bensì a quello della religione arcaica e veniva impiegato proprio per indicare la manifestazione improvvisa di una presenza ignota. Dioniso irrompeva nella vita dei greci come un ospite non invitato, portato dalle onde su un’imbarcazione di fortuna. Oggi diremmo una carretta del mare.

              I rituali che lo celebravano, le cosiddette epidemie dionisiache, consistevano spesso nella messa in scena di una cattiva accoglienza del dio, la cui barca veniva inizialmente respinta. Il rito si caricava dunque di un profondo significato politico e sociale. Drammatizzava i sogni e gli incubi del cittadino greco, poiché rappresentava il pericolo e al tempo stesso la necessità dell’ospitalità, il disordine e la ricchezza della contaminazione. O, come si direbbe oggi, i rischi e i vantaggi dello sviluppo.

              E se lo sbarco di Dionisio era chiamato epidemia, uno dei nomi di Venere, la dea dell’amore, e della fusione fra i corpi, era addirittura pandemia. Un nome che aveva in sé tutta l’insidiosa doppiezza dello scambio. Che è contatto ma anche contagio. Un’ambiguità chiaramente fotografata nella nostra lingua che usa ancora parole come venereo per definire certe conseguenze dell’amore. Il dio epidemico e la dea pandemica rappresentavano nel linguaggio dei simboli la forza vitale della mescolanza, assieme ai suoi pericoli. I pro e i contro della crescita economica e culturale.

              È sorprendente come il mito antico riesca a farci interpretare e capire il nostro presente con la chiarezza di un fotogramma originario che illumina le profondità dell’essere individuale e collettivo, facendo balenare una verità che sfugge ai dati della cronaca e alle cifre delle statistiche.

              Ostilità, ospitalità, xenofobia. Le parole che adoperiamo ancora oggi per parlare di noi e degli altri derivano, dunque, da uno stesso nucleo di significati che sin dalle origini esprimono tutta la problematicità dell’apertura dell’altro. Apertura che è tuttavia indispensabile, ora come allora. Ma sempre a certe condizioni. Nemmeno gli ospitalissimi greci accoglievano chiunque e comunque. E distinguevano accuratamente diritti e doveri dello straniero accolto, e perciò garantito, dalla condizione del semplice sconosciuto. Del clandestino, dell’homeless, del sans-papier, dell’asylant, per dirla con le parole di adesso. Non a caso il symbolon, parola fondamentale nel mondo greco da cui deriva la parola simbolo, indica l’unione di due metà, sottointendendone però la vicendevole tensione. Era il nome del segno di riconoscimento – un anello, una moneta – che veniva spezzato in due per denotare il legame di ospitalità tra individui e famiglie di città diverse. Un legame destinato a durare nel tempo e che veniva rinsaldato ogni volta che le due metà venivano riaccostate ricostituendo così l’unità simbolica della relazione di scambio. Proprio come la tessera hospitalis latina che veniva divisa dall’ospitante in due metà una delle quali andava all’ospitato come se fosse una sorta di ricevuta o di pegno. E valeva come segno di riconoscimento anche per i discendenti, vincolandoli al patto di solidarietà ereditato.

              Ieri come oggi i rapporti tra noi e gli altri attraversano fasi che dipendono dallo stato di salute dell’economia e dalla tenuta del legame sociale. Alternando sistole e diastole, contrazione e dilatazione dell’ospitalità. In realtà l’ambivalenza del rapporto con lo straniero appare l’emblema stesso di quella contaminazione che è la cifra profonda di questo tempo. In un mondo globalizzato come il nostro, caratterizzato da un contatto sempre più ravvicinato di tutti con tutti, da un’incessante migrazione di uomini e cose, da una interconnessione planetaria, si sviluppa, anche come “anticorpo” immaginario, una crescente paura dell’estraneo, di tutto ciò che viene da lontano, di tutto quanto temiamo di non riconoscere e di non riuscire a controllare.

              E in questo senso la paura dilagante di contaminazioni dall’esterno riflette la grande, insanabile, contraddizione di una civiltà come la nostra, che per poter funzionare a pieno regime rende endemico quello stesso male da cui tenta disperamente di rendersi immune. Se il contagio dell’altro è, infatti, la ragione del nostro malessere, il contatto con l’altro è, al contrario, la ragione del nostro benessere. Inseparabili come due gemelli siamesi, contatto e contagio, circolazione e infezione sono le due anime del sistema mondo.

Marino Niola, Miti d’oggi, Bompiani, Milano, 2012, pp. 129-132

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