Parole Sporche – Luigi Malerba

Ottorino aveva il vizio di dire le parolacce. Le diceva a tavola mentre mangiava, per la strada, a scuola, la mattina, il pomeriggio, la sera, quando pioveva, quando c’era il sole, al mare, in montagna e una volta gli scappò una parolaccia anche in chiesa mentre il prete diceva la messa. Quando imparava una parolaccia nuova Ottorino la segnava su un quadernetto per non dimenticarla. Faccio la collezione, diceva alla madre. Gli altri bambini facevano la collezione delle figurine o dei francobolli e lui faceva la collezione delle parolacce.

Ottorino era un bambino molto buono e gentile e studioso. Studiava geometria e aritmetica, storia e geografia. Ma ogni tanto fra un segmento e un angolo retto infilava una parolaccia. Oppure ne metteva una fra Cavour e Napoleone, o nel bel mezzo della Pianura Padana o sulla cima del Monte Bianco che, come si sa, è il monte più bianco d’Europa. I maestri della scuola mandarono a chiamare la madre e le dissero che così non poteva andare avanti. Un giorno Ottorino disse una parolaccia proprio alla fine della poesia di Natale.

La mamma di Ottorino non ne poteva più. Se uno sporcaccione, gli diceva, ma il bambino incominciò a dire le parolacce anche di notte durante il sonno. La mamma di Ottorino pensava che le parole si formano in bocca e siccome nella bocca di Ottorino si formavano tante parole sporche, decise di lavarla. Gli lavò la bocca con il sapone da bucato. Gli riempì tutta la bocca con la schiuma, gliela ripulì e risciacquò a fondo, e Ottorino piangeva e piangendo ingoiò anche un po’ di sapone. Alla fine però la bocca era pulitissima.

Da quel giorno Ottorino non disse più parole sporche, ma non disse nemmeno quelle pulite, non diceva più niente, non parlava più.

– Parla, Ottorino, dimmi qualcosa, – lo supplicava la madre disperata.

Ma il bambino taceva, continuava a tacere sia di giorno che di notte.

La povera donna era molto pentita di avergli lavato la bocca con il sapone e provò a dargli delle caramelle, dei gelati, dei dolci. Non servirono a niente. Provò a raccontargli delle favole per farlo divertire, ma Ottorino si divertiva e continuava a tacere.

Una sera prima di andare a letto la madre di Ottorino prese il quaderno delle parolacce e incominciò a leggerlo. Per molte sere di seguito gli lesse le parolacce del quaderno e andava fino a quando Ottorino si addormentava.

Finalmente una sera, mentre gli occhi gli si chiudevano per il sonno, il bambino aprì la bocca e disse “merda”. La madre pianse per la gioia e il giorno dopo chiamò tutti gli amici e parenti per festeggiare Ottorino che si era rimesso a parlare.

Luigi Malerba, Storiette tascabili, Torino, Einaudi, 1994, pp 84-85

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