Chi vince, chi perde – Elena Ferrante

Non mi piace la catalogazione degli esseri umani in vincenti e perdenti. O forse non la capisco. Penso alla simbologia che serve a identificare chi ha vinto. Il denaro, innanzitutto, vale a dire la possibilità di acquistare oggetti di lusso, il gusto conseguente di esibirli come prova della propria superiorità. O l’esercizio di un potere, il ricorso a gesti minimi per ottenere ciò che ai comuni mortali costa fatica e noie. O quella sorta di nobiltà che deriva dalla fama mediatica, un sangue blu della notorietà che assicura il privilegio di non doversi guadagnare ogni volta l’attenzione degli altri, di essere riconosciuta con entusiasmo al primo sguardo. O la messa in scena permanente della felicità, corollario d’obbligo, visto che se si possiede denaro in abbondanza, se si esercita potere, se si gode dello stato di vip, non si può essere che felici. Senonché tutti i tratti del vincente si rivelano presto di scarsa verità, e soprattutto precari. Denaro, potere, fama, felicità fanno presto a mettere crepe svelando la loro inconsistenza. E ogni volta che la figura di chi ha vinto frana riconducendo l’apparenza di una qualche vittoria alla sostanza del fallimento, ecco che frana anche quella del perdente, espressione con cui si classifica la persona appunto che non può esibire altro che lo stato dello sconfitto: niente beni di gran lusso, niente potere, nessuna fama, senso di infelicità che deriva dall’impressione di aver fallito. Forse il vero spettro in agguato dietro la classificazione in vincenti e perdenti è proprio la paura del fallimento. Da ragazza era la cosa che temevo di più. Fallire a scuola, fallire nella conquista di un lavoro, fallire in una qualsiasi prova, ginnica o di matematica. Mettevo un impegno sfiancante in tutto ciò che avesse anche solo l’apparenza di una gara perché intuivo che un fallimento tira l’altro, nasce la lista dei buoni e dei cattivi, e quando finisci in quella dei cattivi diventa arduo passare in quella dei buoni. Ho impiegato parecchio tempo a capire che queste catalogazioni sono tanto crudeli quanto arbitrarie. Esse fanno finta che non esistano le disuguaglianze socioeconomiche, le discriminazioni sessiste e razziste, il conseguente colpevolissimo sciupio di intelligenze. Stiliamo classifiche senza tener conto del caso: il luogo di nascita, la famiglia d’origine, la disparità delle occasioni, etc. Le condizioni di partenza sono insomma troppo diverse ancora oggi, persino in questa parte di mondo cosiddetto avanzato, per pensare a gare senza trucchi. Per quel che mi riguarda, se potessi, cancellerei concetti come fallire, vincere, perdere, che allo stato attuale del mondo sono privi di qualsiasi fondamento oggettivo. Se proprio necessario, mi limiterei a gare come quelle progettate da Alice nel Paese delle meraviglie. Lì non si perde, tutti vincono e non c’è mai fallimento.

Elena Ferrante, L’invenzione occasionale, Roma: Edizioni e/o, 2019.

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