Venezia – Jhumpa Lahiri

In questa città inquietante, quasi onirica, scopro un nuovo modo per capire il mio rapporto con l’italiano. Questa topografia frammentata, disorientante, mi dà un’altra chiave.

Si tratta del dialogo tra i ponti e i canali. Un dialogo tra l’acqua e la terraferma. Un dialogo che esprime uno stato sia di separazione sia di connessione.

A Venezia non posso muovermi senza attraversare innumerevoli ponti pedonali. All’inizio dover attraversare un ponte quasi ogni due minuti mi affatica. Mi senza un percorso atipico, leggermente difficile. In poco tempo, però, mi abituo. Pian piano questo percorso diventa abituale, seducente. Salgo, attraverso un canale, poi scendo dall’altra parte. Camminare per Venezia vuol dire ripetere quest’azione un numero incalcolabile di volte. In mezzo a ogni ponte mi trovo sospesa, né di qua né di là. Scrivere in un’altra lingua somiglia a un percorso del genere.

La mia scrittura in italiano, così come un ponte, è qualcosa di costruito, di fragile. Potrebbe in qualsiasi momento sprofondare, lasciandomi in pericolo. L’inglese scorre sotto i piedi. Me ne sono accorta: è una presenza innegabile, anche se provo a evitarlo. Rimane come l’acqua a Venezia, l’elemento più forte, più naturale, l’elemento che minaccia sempre di inghiottirmi. Paradossalmente, potrei sopravvivere senza problemi in inglese, non annegherei. Eppure, non volendo nessun contatto con l’acqua, faccio i ponti.

A Venezia mi accorgo di uno stato d’inversione di quasi tutti gli elementi. Mi è difficile distinguere tra ciò che sembra un’illusione, un’apparizione. Tutto mi appare instabile, mutevole. Le strade non sono solide. Le case sembrano galleggiare. La nebbia può rendere invisibile l’architettura. L’acqua alta può allagare una piazza. I canali rispecchiano una versione inesistente della città.

Lo smarrimento che avverto a Venezia è simile a quello che mi prende quando scrivo in italiano. Nonostante la pianta dei sestieri, mi perdo. Il labirinto veneziano trascende la propria grammatica. Camminare a Venezia, così come scrivere in italiano, è un’esperienza spiazzante. Devo arrendermi. Mentre scrivo affronto tantissimi vicoli ciechi, tanti angoli angusti da cui devo districarmi. Devo abbandonare certe strade. Devo correggermi continuamente. Ci sono momenti in italiano, così come a Venezia, in cui mi sento soffocata, sconvolta. Poi giro e, quando meno me lo aspetto, mi ritrovo in un luogo sperduto, silenzioso, splendente.

Con gli anni Venezia ha un impatto sempre più sconcertante su di me. La bellezza travolgente mi trafigge, sono sopraffatta dalla fragilità della vita. Passare ripetutamente sui ponti mi fa pensare a quel passaggio che facciamo tutti noi sulla terra, tra la nascita e la morte. Talvolta, attraversando certi ponti, temo di aver già raggiunto l’aldilà.

Quando scrivo in italiano, nonostante il mio amore per la lingua, sento la stessa inquietudine. Questo passo che sto facendo sembra un salto nel vuoto, un’inversione di me stessa. Così come i riflessi dei palazzi che oscillano sulla superficie del Canal Grande, la mia scrittura in italiano sembra qualcosa di impalpabile. Vaporosa, come la nebbia. Temo che il ponte tra me e l’italiano, alla fine, non esista. Che resterà, nella migliore delle ipotesi, una chimera.

Tuttavia, sia a Venezia sia sulla pagina, i ponti sono l’unico modo per muovermi in una nuova dimensione, per superare l’inglese, per arrivare altrove. Ogni frase che scrivo in italiano è un piccolo ponte da costruire, poi da attraversare. Lo faccio con titubanza mista a un impulso persistente, inspiegabile. Ogni frase, come ogni ponte, mi porta da un luogo a un altro. è un percorso atipico, seducente. Un nuovo ritmo. Adesso mi sono quasi abituata.

 

Jhumpa Lahiri, In altre parole, Guanda Editore, Milano, 2015, pag. 77-80

 

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