La fine del mondo – Dino Buzzati

Guernica – Pablo Picasso

Un mattino verso le dieci un pugno immenso comparve nel cielo sopra la città; si aprì poi lentamente ad artiglio e così rimase immobile come un immenso baldacchino della malora. Sembrava di pietra e non era pietra, sembrava di carne e non era, pareva anche fatto di nuvola, ma nuvola non era. Era Dio; e la fine del mondo. Un mormorio che poi si fece mugolio e poi urlo, si propagò per i quartieri, finché divenne una voce sola, compatta e terribile, che saliva a picco come una tromba.

Luisa e Pietro si trovavano in una piazzetta, tepida a quell’ora di sole, recinta da fantasiosi palazzi e parzialmente da giardini. Ma in cielo, a un’altezza smisurata, era sospesa la mano. Finestre si spalancavano tra grida di richiamo e spavento, mentre l’urlo iniziale della città si placava a poco a poco; giovani signore discinte si affacciavano a guardare l’apocalisse. Gente usciva dalle case, per lo più correndo, sentivano il bisogno di muoversi, di fare qualcosa purchessia, non sapevano però dove sbattere il capo. La Luisa scoppiò in un pianto dirotto: “Lo sapevo ” balbettava tra i singhiozzi” che doveva finire così… mai in chiesa, mai dire le preghiere… me ne fregavo io, me ne fregavo, e adesso… me la sentivo che doveva andare a finire così!…”. Che cosa poteva mai dirle Pietro per consolarla? Si era messo a piangere pure lui come un bambino. Anche la maggior parte della gente era in lacrime, specialmente le donne. Soltanto due frati, vispi vecchietti, se n’andavano lieti come pasque: “La è finita, per i furbi, adesso!” esclamavano gioiosamente, procedendo di buon passo, rivolti ai passanti più ragguardevoli. “L’avete smessa di fare i furbi, eh? Siamo noi i furbi adesso!” (e ridacchiavano). “Noi sempre minchionati, noi creduti cretini, lo vediamo adesso chi erano i furbi!” Allegri come scolaretti trascorrevano in mezzo alla crescente turba che li guardava malamente senza osare reagire. Erano già scomparsi da un paio di minuti per un vicolo, quando un signore fece come l’atto istintivo di gettarsi all’inseguimento, quasi si fosse lasciata sfuggire un’occasione preziosa: “Per Dio!” gridava battendosi la fronte “e pensare che ci potevano confessare.” “Accidenti!” rincalzava un altro “che bei cretini siamo stati! Capitarci così sotto il naso e noi lasciarli andare!” Ma chi poteva più raggiungere i vispi fraticelli?

Donne e anche omaccioni già tracotanti, tornavano intanto dalle chiese, imprecando, delusi e scoraggiati. I confessori più in gamba erano spariti – si riferiva – probabilmente accaparrati dalle maggiori autorità e dagli industriali potenti. Stranissimo, ma i quattrini conservavano meravigliosamente un certo loro prestigio benché si fosse alla fine del mondo; chissà, forse, si considerava che mancassero ancora dei minuti, delle ore; qualche giornata magari. In quanto ai confessori rimasti disponibili, si era formata nelle chiese una tale spaventosa calca, che non c’era neppure da pensarci. Si parlava di gravi incidenti accaduti appunto per l’eccessivo affollamento; o di lestofanti travestiti da sacerdoti che si offrivano di raccogliere confessioni anche a domicilio, chiedendo prezzi favolosi. Per contro giovani coppie si appartavano precipitosamente senza più ombra di ritegno, distendendosi sui prati dei giardini, per fare ancora una volta l’amore. La mano intanto si era fatta di colore terreo, benché il sole splendesse, e faceva quindi più paura. Cominciò a circolare la voce che la catastrofe fosse imminente; alcuni garantivano che non si sarebbe giunti a mezzogiorno.

In quel mentre nella elegante loggetta di un palazzo, poco più alta del piano stradale (vi si accedeva per due rampe di scale a ventaglio), fu visto un giovane prete. La testa tra le spalle, camminava frettolosamente quasi avesse paura di andarsene. Era strano un prete a quell’ora, in quella casa sontuosa popolata di cortigiane. “Un prete! un prete!” si sentì gridare da qualche parte. Fulmineamente la gente riuscì a bloccarlo prima che potesse fuggire. “Confessaci, confessaci!” gli gridavano. Impallidì, fu tratto a una specie di piccola e graziosa edicola che sporgeva dalla loggetta a guisa di pulpito coperto; pareva fatta apposta. A decine uomini e donne formarono subito grappolo, tumultuando, irrompendo dal basso, arrampicandosi su per le sporgenze ornamentali, aggrappandosi alle colonnine e al bordo della balaustra; non era del resto una grande altezza.

Il prete cominciò a raccogliere confessioni. Rapidissimo, ascoltava le affannose confidenze degli ignoti (che ormai non si preoccupavano se gli altri potevano udire). Prima che avessero finito, tracciava con la destra un breve segno di croce, assolveva, passava immediatamente al peccatore successivo. Ma quanti ce n’erano. Il prete si guardava intorno smarrito, misurando la crescente marea di peccati da cancellare. Con grandi sforzi anche la Luisa e Pietro si fecero sotto, guadagnarono il loro turno, riuscirono a farsi ascoltare. “Non vado mai a messa, dico bugie…” gridava a precipizio la giovanetta per paura di non fare in tempo, in una frenesia di umiliazione” e poi tutti i peccati che lei vuole… li metta pure tutti… E non è per paura che son qui, mi creda, è proprio soltanto per desiderio di essere vicina a Dio, le giuro che…” ed era convinta di essere sincera. ” Ego te absolvo…” mormorò il prete e passò ad ascoltare Pietro.

Ma un’ansia indicibile cresceva negli uomini. Uno chiese: “Quanto tempo c’è al giudizio universale?”. Un altro, bene informato, guardò l’orologio. “Dieci minuti” rispose autorevolmente. Lo udì il prete che di colpo tentò di ritirarsi. Ma, insaziabile, la gente lo tenne. Egli pareva febbricitante, era chiaro che il fiotto delle confessioni non gli arrivava più che come un confuso mormorio privo di senso; faceva segni di croce uno dopo l’altro, ripeteva “Ego te absolvo…” così, macchinalmente.

“Otto minuti!” avvertì una voce d’uomo dalla folla. Il prete letteralmente tremava, i suoi piedi battevano sul marmo come quando i bambini fanno i capricci. “E io? e io?” cominciò a supplicare, disperato. Lo defraudavano della salvezza dell’anima, quei maledetti; il demonio se li prendesse quanti erano. Ma come liberarsi? come provvedere a se stesso? Stava proprio per piangere. “E io? e io?” chiedeva ai mille postulanti, voraci di Paradiso. Nessuno però gli badava.

Dino Buzzati, La boutique del mistero, Mondadori, Milano, 1992, pag.82-85

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