
La notte del ventidue di settembre del 1939, il giorno prima di morire, il dottor Sigmund Freud, interprete dei sogni altrui, fece un sogno.
Sognò che era diventato Dora e che stava attraversando Vienna bombardata. La città era distrutta, e dalle rovine dei palazzi si alzavano polvere e fumo.
Come è possibile che questa città sia stata distrutta? si chiedeva il dottor Freud, e cercava di tenere fermo il seno che era posticcio. Ma in quel momento lo incrociò, sulla Rathausstrasse, Frau Marta, che veniva avanti con la “Neue Frei Presse” stesa davanti a sè.
Oh, cara Dora, disse Frau Marta, ho letto proprio ora che il dottor Freud è tornato a Vienna da Parigi e abita proprio qui, al numero sette della Rathausstrasse, forse le farebbe bene farsi visitare da lui. E così dicendo scostò col piede il cadavere di un soldato.
Il dottor Freud sentì una grande vergogna, e si abbassò la veletta. Non capisco perché, disse timidamente.
Perché lei ha tanti problemi, cara Dora, disse Frau Marta, lei ha tanti problemi come tutti noi, ha bisogno di confidarsi, e, mi creda, niente di meglio del dottor Freud per confidenze, lui capisce tutto delle donne, a volte sembra addirittura una donna, da quanto si immedesima nel loro ruolo.
Il dottor Freud si accomiatò con gentilezza ma con rapidità e riprese la sua strada. Poco più avanti incrociò il garzone del macellaio, che lo guardò con insistenza e gli fece un apprezzamento pesante. Il dottor Freud si fermò, perché avrebbe voluto fare a pugni con lui, ma il garzone del macellaio gli guardò le gambe e gli disse: Dora, tu avresti bisogno di un uomo autentico, invece di essere innamorata delle tue fantasie.
Il dottor Freud si fermò irritato. E tu come lo sai?, gli chiese.
Lo sa tutta Vienna, disse il garzone del macellaio, tu hai troppe fantasie sessuali, lo ha scorperto il dottor Freud.
Il dottor Freud alzò i pugni. Questo era davvero troppo. Lui, il dottor Freud, che aveva fantasie sessuali. Erano gli altri che avevano quelle fantasie, coloro che andavano a fargli le loro confidenze. Lui era un uomo integerrimo, e quel tipo di fantasie era un problema di bambini e disturbati.
Non fare la stupida, rise il garzone del macellaio, e gli dette un buffetto.
Il dottor Freud si ringalluzzì. Dopo tutto era bello essere trattato con familiarità da un virile garzone di macellaio, e dopo tutto lui era Dora, che aveva problemi turpi.
Andò avanti per la Rathausstrasse e arrivò davanti a casa sua. La sua casa, la sua bella casa, non esisteva più, era stata distrutta da un obice. Ma nel giardinetto, che sopravviveva intatto, c’era il suo divano. E sul divano c’era steso uno zotico con gli zoccoli e la camicia di fuori, che russava.
Il dottor Freud gli si avvicinò e lo svegliò. Cosa ci fai qui?, gli chiese.
Lo zotico lo fissò con occhi sgranati. Cerco il dottor Freud, disse.
Il dottor Freud sono io, disse il dottor Freud.
Non mi faccia ridere, signora, rispose lo zotico.
Ebbene, disse il dottor Freud, le confesserò una cosa, oggi ho deciso di assumere le sembianze di una mia paziente, è per questo che sono vestito così, sono Dora.
Dora, disse lo zotico, ma io ti amo. E così dicendo lo abbracciò. Il dottor Freud sentì un grande smarrimento e si lasciò cadere sul divano. E in quel momento si svegliò. Era la sua ultima notte, ma lui non lo sapeva.
A. Tabucchi. Sogni di sogni, Palermo, Sellerio Ed., 1992, pag. 74/76